Il reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza (con tutte le sue significative varianti interpretative come reddito di base, reddito d’inclusione, reddito minimo garantito, ecc) non è una novità, ma affonda le proprie radici nella più pura cultura liberale e nella storia del welfare state fin dalla fine del 19° secolo.

Nel 1942 (cioè durante la seconda guerra mondiale) L’inglese William Beveridge (uno studioso liberale poi nominato anche Lord) fu incaricato dal governo inglese di redigere uno studio, un piano sulla situazione sociale inglese: “La relazione di Sir William Beveridge al Governo britannico sulla protezione sociale”. Quel piano, poi avviato dal governo inglese solo in parte perché considerato altrimenti insostenibile economicamente, evidenzia già tutti gli elementi che sono alla base del moderno welfare state e delle successive argomentazioni a sostegno del reddito di cittadinanza. «Il bisogno si definisce come insufficienza di reddito per ottenere i mezzi di una sana sussistenza: vitto adeguato, alloggio, vestiario e combustibile. Il piano di sicurezza sociale è diretto ad assicurare che ogni individuo, a condizione che lavori fin tanto che può, e che versi dei contributi detraendoli dai suoi guadagni, abbia un reddito sufficiente per assicurare a sé ed alla propria famiglia una sana sussistenza, un reddito che lo sollevi dal bisogno al momento in cui per qualsivoglia ragione egli non possa lavorare e guadagnare. Oltre al reddito di sussistenza, la relazione propone sussidi per l’infanzia in modo da assicurare che nessun bambino debba mai trovarsi in condizione di bisogno, e ogni specie di assistenza sanitaria per tutte le persone in caso di malattia, senza alcun pagamento all’atto della prestazione dell’assistenza stessa così da evitare che alcuno debba soffrire perché non ha i mezzi necessari per pagare il medico o l’ospedale». (dal secondo rapporto Beveridge)

Il reddito di base (UBI)

Secondo il professor Daniel Raventòs (Barcellona 1958) “Il reddito di base è molto semplice da definire: è un’assegnazione monetaria incondizionata, a tutta la popolazione. A ciascuno viene garantita cioè una certa somma di denaro annuale, indipendentemente dal fatto che lavori o meno. Inoltre, poiché incondizionata, anche i più ricchi ne hanno diritto: attenzione però, questo non vuol dire che ci guadagnino. Attraverso una tassazione più elevata infatti si avrà nuovamente un bilanciamento tra soldi che ricevono e pagano”. Per Philippe Van Parijs (Bruxelles 1951. Filosofo, giurista e docente di etica economica e sociale) il reddito di base è “un pilastro fondamentale di una società libera, nella quale la reale libertà di progredire, attraverso il lavoro e al di fuori di esso, sia equamente distribuita”. Sostanzialmente sulla stessa linea “Basic Incom Hearth Network” che è una rete di accademici e attivisti interessati all’idea di un reddito base universale basato esclusivamente sulla cittadinanza e non sul requisito di lavoro o sulla carità. La BIN sintetizza in 3 punti questa proposta di UBI: 1- Deve essere pagato ai singoli, non alle famiglie. 2 – indipendentemente da qualunque altra entrata 3 – senza richiede lo svolgimento di alcun lavoro ne la disponibilità ad accettare una qualsiasi proposta lavorativa. In sostanza (e semplificando), in questa prospettiva il reddito di base è visto prevalentemente come strumento economico essenziale per rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà individuale e garantire le condizioni materiali di tale libertà.

Reddito di cittadinanza inteso come reddito minimo garantito, reddito d’inclusione, ecc

Con queste definizioni s’intendono tutte quelle forme di garanzia economica (ma non solo) tese a contrastare la povertà (verificata secondo diversi parametri reddituali, di lavoro e/o familiari), sostenere il lavoratore nei periodi di esclusione dal lavoro ed offrire forme di accompagnamento alla ricerca del lavoro, percorsi formativi per la riqualificazione, servizi integrativi ecc. Di solito le forme di reddito minimo garantito si rivolgono al nucleo familiare, prevedono un limite temporaneo e vincoli più o meno netti legati alla disponibilità ad accettare eventuali proposte di lavoro. Dunque al centro di questa tipologia di proposte ci sono il contrasto alla povertà, il riferimento al nucleo familiare più che all’individuo ed il lavoro. La principale discriminante culturale tra UBI e le altre forme di integrazione del reddito è proprio il lavoro: l’etica, il valore sociale e la cultura del lavoro. Non a caso le proposte di questo tipo vengono generalmente avanzate dalle formazioni politiche che affondano le proprie radici nella storia del movimento operaio. Lo stesso Renzi nella recente intervista sulla 7 (del 7/11/2017) ha criticato la proposta del M5S contrapponendovi (e sbagliando) altre forme d’intervento come il ReI (reddito d’inclusione) che è già legge dello stato.


La rivoluzione tecnologica e la globalizzazione stanno portando un’infinità di  opportunità nella cura, nel lavoro, nella qualità della vita, nei servizi e l’elenco potrebbe essere lunghissimo; ma al momento hanno anche scatenato tre drammatici fattori interconnessi tra loro: 1 – un malefico, esagerato accentramento della ricchezza (e quindi anche del potere) nelle mani di un numero sempre più ristretto di soggetti con il conseguente impoverimento di larghe fasce sociali e soprattutto dei ceti medio bassi; 2 – la scomparsa di una quantità enorme di lavori (e posti di lavoro) che venivano svolti dagli umani; 3 – l’indebolimento di una politica che è rimasta attardata alle categorie culturali e socio economiche del secolo scorso. In questo contesto il welfare state, così come l’abbiamo conosciuto, è entrato in crisi; risulta frammentato, complesso, faraginoso, tanto costoso quanto inadeguato a rispondere sia ai vecchi che ai nuovi bisogni. Occorre avere il coraggio e l’autorevolezza di ripensarlo in toto; è innegabile che in questo ripensamento il tema del reddito di cittadinanza, seppur progettato in modi diversi, assumerà comunque un ruolo centrale perché rappresenta una soluzione per la “scomparsa dei lavori” . Non è un caso che il dibattito su questi temi stia crescendo, conquisti consensi e in tutto il mondo (dunque non solo nel ricco occidente) si stiano avviando forme più o meno avanzate di sperimentazione pratica.

In Italia al momento, su questo tema, ci sono alcuni studi, una proposta di legge dei Radicali Italiani, un disegno di legge del M5S ed una recente legge del governo già approvata (istituzione ReI). Tutte e tre le proposte (seppur con qualche differenza d’impostazione e di veduta) si collocano nella tipologia d’intervento di un reddito d’inclusione e di contrasto alla povertà. Cambiano le previsioni di spesa e di copetura finanziaria e dunque l’ampiezza della platea; ma il peso del debito pubblico italiano purtroppo non può essere ignorato. Il progetto dei radicali risulta essere sicuramente il più ambizioso ponendosi anche l’obiettivo di intervenire più ampiamente sul Welfare attuale. E’ incomprensibile come non sia stato possibile trovare, almeno tra le forze politiche presenti in parlamento, una soddisfacente mediazione che consentisse di approvare una legge così rilevante con un’ampia e autorevole maggioranza; una legge utile per milioni di persone ed in grado di divenire base, un primo passo per una profonda, condivisa rivisitazione di tutto il sistema di welfare. Ma d’altronde in una fase politica di perenne campagna elettorale quello che conta è distinguersi, contrapporsi e caratterizzarsi …

M.F.

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