Il postumanesimo
Il postumanesimo
Due articoli per riflettere.

Postumanesimo: Fase storica che tende al superamento della centralità dell’uomo.

Un dibattito (molto articolato) di grande attualità e strettamente legato ai temi della visione dell’umanità nell’era della tecnica.

.Postumanesimo, e l’uomo perse il suo primato

Pubblicato il 15/09/2016
Ultima modifica il 23/09/2016 alle ore 02:31
FEDERICO VERCELLONE

L’umanesimo è il grande modello della concezioni filosofiche della storia. E’ un ideale potente che, tuttavia, da qualche decennio mostra la corda. Ci si interroga: perché mai l’uomo dovrebbe essere la suprema delle creature? Proprio lui, quell’essere prepotente che, con tanta pervicacia, ha voluto impadronirsi di tutto il mondo circostante? Il primato dell’umano è un primato squisitamente gerarchico che mette ordine nel creato attraverso opposizioni che rinviano al dominio e alla sudditanza come quella uomo-donna, uomo – natura. È in questo quadro che si colloca la proposta di un «postumanesimo».

Una brillante testimonianza di questo genere di proposta ci viene ora offerto dal libro di Francesca Ferrando, Il postumanesimo filosofico e le sue Alterità edito da Ets. Di che cosa si tratta? il postumanesimo costituisce un rinnovato atteggiamento epistemologico e filosofico che reagisce, nel quadro culturale attuale, dominato fra l’altro da tecnologie così potenti da intervenire sulla vita stessa e sul suo sorgere, al progetto umanistico evidenziandone l’inattualità e le intime contraddizioni. Il postumanesimo non contesta l’umanesimo sovvertendolo. Non sostituisce in altri termini il servo con il padrone. Siamo ben al di là della semplice contestazione o del rovesciamento degli antichi sistemi valoriali.

Non si tratta più di pensare la parità sessuale solo in termini di eguali diritti. Le cose a questo punto vanno ben diversamente: sono la stessa identità sessuale, e molte altre derivanti dall’idea del primato dell’umano a venir messe in questione. Per esempio, sul piano epistemologico, si può ancora parlare di un’opposizione palpabile tra uomo e natura in un mondo invaso dalle «tecnologie della sensibilità» (si pensi al 3D) che modificano la qualità stessa della percezione sensibile? L’opzione del postumanesimo è quella di sottrarsi al campo di battaglia, allo spettacolo brutale e penoso offerto dall’euforia dei vincitori e dall’umiliazione dei vinti. Si vuole fluidificare le distinzioni per creare un mondo più abitabile e meno nevrotico.

REINVENTARE LA NATURA UMANA CON LE BIOTECNOLOGIE:
IL POTENZIAMENTO RESPONSABILE

di Maurizio Balistreri
27/01/2017 Dal sito: ENDOXA

Lo sviluppo scientifico e tecnologico dei prossimi decenni potrebbe metterci per la prima volta nella condizione di cambiare radicalmente la natura umana, permettendoci di praticare interventi in grado di trasformare le nostre disposizioni e capacità “naturali”.  Non soltanto potremmo essere in grado di prevenire e curare importanti malattie, ma potremmo avere anche la capacità di rallentare o invertire i processi di invecchiamento. Il risultato potrebbe essere un aumento significativo della durata della vita. Inoltre, potremmo diventare capaci di potenziare le nostre capacità cognitive in una misura senza precedenti e, in questo modo, consentire alle generazioni future di avere una vita completamente diversa dalla nostra, in una realtà profondamente ricostruita dalla scienza e dalla tecnologia e che noi oggi non possiamo ancora immaginare. Ma anche il nostro carattere potrebbe essere oggetto di programmi migliorativi: con l’aiuto della ricerca scientifica e delle nuove tecnologiche le disposizioni più viziose e malvagie della natura umana potrebbero essere finalmente eliminate. Gli interventi di modificazione del genoma, il ricorso a impianti e la somministrazione di farmaci potrebbero rendere le persone più giuste e buone in tempi molto più veloci e con maggiore efficacia rispetto ai normali programmi educativi. Anche se, però, gli scenari che ogni giorno di più si stanno aprendo promettono di migliorare profondamente la qualità della vita delle generazioni future e, per questa ragione, è corretto auspicare che si realizzino nel più breve tempo possibile, non c’è dubbio che siamo davanti a cambiamenti senza precedenti che solleveranno importantissime questioni morali e giuridiche, oltre che sociologiche ed antropologiche. Ne presenteremo alcune collegate all’allungamento della durata della vita, e poi altre che riguardano il potenziamento delle capacità cognitive e di quelle morali. Il lettore non pensi che con questo nostro contributo vogliamo mettere in guardia dallo sviluppo scientifico e tecnologico e sostenere che un’eventuale trasformazione della natura umana sarebbe un gravissimo pericolo per chi vivrà domani. Noi crediamo che la scienza e le biotecnologie siano qualcosa di molto prezioso ma siamo convinti che soltanto prestando attenzione ai problemi morali e di giustizia esse possono veramente promuovere e favorire il bene dei cittadini e della società.

In passato morire di vecchiaia era qualcosa di raro, straordinario e molto poco naturale. Oggi l’aspettativa media di vita di chi nasce nella parte più ricca del pianeta è di circa 78 anni ed aumenta di due anni ogni decennio. Questo significa – come ricorda Guy Brown – che ogni decennio, l’età media stimata della morte arretra di due anni, o di cinque ore al giorno o di dodici secondi al minuto. Se questa tendenza continuerà, come è successo nell’ultimo secolo, chi domani verrà al mondo potrà vivere fino a cento anni. Tuttavia, nei prossimi decenni lo sviluppo scientifico e tecnologico potrebbe allungare la durata media della vita fino ad età che per noi è ancora difficile immaginare. Oggi nei paesi sviluppati la grande maggioranza delle persone muore per malattie degenerative, come cancro e malattie cardiache, causate dai processi dell’invecchiamento. Domani con lo sviluppo della scienza e di nuove tecnologie potremmo avere accesso a trattamenti e terapie mediche che prevengono o rallentano questi processi e il risultato potrebbe essere un allungamento significativo della vita. Le cure ed i trattamenti per l’invecchiamento sono state vagheggiate dalla notte dei tempi. Soltanto oggi, però, questo sembra essere un obiettivo scientifico realmente raggiungibile. Naturalmente le tecnologie che attualmente abbiamo non sono ancora in grado di combattere l’invecchiamento e garantire un allungamento significativo della vita. Ma nel prossimo futuro le ricerche sulle nanotecnologie, sull’ingegneria genetica e sulle cellule staminali potrebbero aprire scenari completamente nuovi per la medicina. Con finanziamenti sufficienti, e a dispetto del comprensibile scetticismo che accompagna questo progetto, l’invecchiamento potrebbe essere curato e addirittura invertito. Per le generazioni future potrebbero cioè aprirsi i cancelli dell’eterna giovinezza.

Anche se il potenziamento della natura umana è un tema centrale del dibattito contemporaneo, manca ancora una riflessione importante sulle conseguenze che un allungamento, senza precedenti, della vita potrebbe avere per l’individuo e per la società. Servirebbero ricerche in grado di colmare questa lacuna e di confrontarsi con gli scenari che, grazie alle nuove tecnologie, si potrebbero aprire nel prossimo futuro in quella parte della vita segnata, almeno fino ad oggi, dalla malattia e dall’invecchiamento. Si dovrebbero, cioè, studiare con maggiore attenzione ed approfondire le inevitabili questioni morali, giuridiche, psicologiche, ecologiche e sociologiche della cura dell’invecchiamento attraverso le nuove tecnologiche biomediche. I risultati ottenuti da queste ricerche potrebbero essere successivamente utilizzati da istituzioni pubbliche e private per definire e programmare i piani di intervento e le politiche più adeguati in considerazione delle problematiche identificate. Del resto, anche se l’allungamento della vita sembra qualcosa di desiderabile e privo di controindicazioni, un cambiamento nella durata della vita, anche di pochi decenni, solleverebbe problematiche importanti a livello sia individuale che sociale. Soprattutto se l’allungamento della vita non sarà accompagnato da una cura dell’invecchiamento, per le persone una vita più lunga potrebbe avere conseguenze drammatiche e comportare un numero maggiore di anni di malattia e sofferenza e l’emergere nella popolazione sempre più anziana di nuovi bisogni di cura e di assistenza; una maggiore difficoltà ad avere un ruolo attivo e soddisfacente nella società; una minore capacità di apprezzare le cose che danno significato e valore alla vita. A livello sociale, invece, una diversa durata della vita potrebbe rendere difficile per le nuove generazioni affermarsi professionalmente e produrre, a causa dell’assenza di un vero e proprio ricambio generazionale, un rallentamento economico e culturale. Questo significa che lo stile di vita e le aspettative delle generazioni più giovani potrebbero essere molto diverse e così anche le loro relazioni affettive, sociali ed economiche. La crescita demografica, poi, potrebbe diventare insostenibile e avere come conseguenza un impoverimento delle risorse del pianeta e una crisi ambientale drammatica. Le tensioni sociali, inoltre, potrebbero acuirsi perché potrebbero non esserci le risorse per garantire a tutti una maggiore durata della vita o perché, in considerazione dei costi, una maggiore durata della vita sarebbe accessibili solo ai più ricchi. C’è, in altri termini, la possibilità che con l’allungamento della durata media della vita, si aprano le porte ad una società divisa in “classi” dove le persone più anziane, in considerazione delle competenze e dei ruoli professionali che hanno acquisito, non daranno alle più giovani la possibilità di godere delle loro stesse opportunità? E se, poi, l’allungamento della vita avesse un costo o non potesse, comunque, essere garantito a tutti perché non sarebbe sostenibile da un punto vista ambientale, sulla base di quali criteri si deciderebbe chi merita una vita molto più lunga?

Anche il potenziamento che riguarda le capacità cognitive (cognitive enhancement) solleva una serie di problemi con i quali diventa sempre più urgente confrontarsi. Se le promesse relative al potenziamento cognitivo si realizzeranno pienamente le generazioni future potranno risolvere questioni che a noi sembrano quasi insuperabili e, in questo modo, rendere il mondo un luogo molto più vivibile e sicuro. Ad esempio, l’esaurimento delle risorse naturali potrebbe non essere più una vera preoccupazione perché non soltanto potremmo essere in grado di trovare nuove fonti di energia ma potremmo essere anche capaci di progettare e costruire tecnologie più efficienti. Tuttavia, anche se il potenziamento cognitivo potrebbe servire per immaginare e trovare soluzioni originali ai problemi che attanagliano la nostra società (dal riscaldamento globale, alla crescita della popolazione mondiale e alla crisi ambientale), le persone con capacità cognitive migliorate potrebbero avere la capacità di trovare molto facilmente il modo e i mezzi per arrecare danni gravissimi a tutta l’umanità. Naturalmente non è detto che questo accadrà, ma il rischio sicuramente c’è, in quanto è sempre possibile che alcune persone cognitivamente potenziate (non soltanto psicopatici, ma anche terroristi) impieghino le loro capacità contro altre persone. Proprio alla luce di questo rischio, è stato suggerito che sarebbe più ragionevole sospendere i programmi di potenziamento cognitivo almeno fintanto che non siano stati sviluppati e realizzati sulla popolazione programmi di potenziamento morale. Ma chi avanza questa proposta non sembra tener conto che il potenziamento cognitivo potrebbe servire a ridurre i danni causati all’umanità dalla negligenza, incompetenza e stupidità, che nemmeno un programma di potenziamento morale può eliminare. Rinunciare, poi, al potenziamento cognitivo significherebbe perdere benefici importanti che potrebbero migliorare la qualità della vita delle generazioni future. Perciò la soluzione ai rischi del potenziamento cognitivo non sembra essere la sospensione della ricerca o degli interventi che potrebbero migliorare la nostra intelligenza. Vanno pensate altre soluzioni che siano in grado di mettere a frutto le opportunità delle biotecnologie riuscendo, allo stesso tempo, a controllare il rischio di abusi. Questioni molto diverse emergono se immaginiamo che il potenziamento cognitivo possa avvenire attraverso il trasferimento dei contenuti mentali in un computer. Negli ultimi anni il tema del trasferimento della mente o di una copia di una mente cosciente da un cervello a un substrato biologico, che è stato a lungo confinato nella letteratura di fantascienza, ha trovato sempre più spazio nella riflessione filosofica e bioetica. Senza voler discutere ed affrontare qui la concreta fattibilità di questo progetto, in questo caso il potenziamento cognitivo sarebbe veramente radicale, in quanto liberi dalle limitazioni biologiche noi potremmo diventare molto più intelligenti. È legittimo chiedersi, però, se noi potremmo mai sopravvivere ad un intervento, come questo, che modificherebbe il ventaglio dei nostri desideri e che non ci farebbe attribuire più alcun valore alle cose che oggi danno significato alle nostre vite. Anche se il cervello caricato nel computer (mind uploading) fosse in grado di compiere operazioni matematiche complicatissime o battere il campione mondiale di scacchi, vorremmo sapere se si tratti della stessa persona oppure di una persona nuova. Il rischio di morire sarebbe, in altri termini, molto alto e costituirebbe forse la ragione più importante per rinunciare ad abbandonare il proprio corpo a favore di un computer. È anche vero, però, che la possibilità di trasferire la mente in un computer ed eventualmente impiantarla di nuovo in un substrato biologico aprirebbe possibilità completamente perché permetterebbe non soltanto di lasciare il corpo ma anche di cambiarlo.

In merito, poi, al potenziamento delle disposizioni morali attraverso le biotecnologie, le principali questioni riguardano il rischio che il programma di potenziamento possa essere imposto alla maggioranza della popolazione da una minoranza, che potrebbe approfittare del suo ruolo e del suo potere all’interno della società per costringere le altre persone a seguire i propri valori e la propria ideologia. Anche se, poi, escludiamo il rischio che un programma di potenziamento morale faccia venire al mondo persone con una maggiore rilevanza o dignità morale (cioè, più preziose), alle persone moralmente potenziate potrebbero essere comunque accordati importanti privilegi, in quanto esse sarebbero in grado di preoccuparsi di più del bene pubblico. Le persone non potenziate moralmente, invece, potrebbe non avere più il diritto al voto, in quanto non avrebbero le capacità migliori per prendere decisioni politiche, oppure potrebbero essere escluse (dalle persone potenziate) dalla cooperazione, in quanto incapaci di rispondere in maniera appropriata ai benefici che ricevono. Ma anche le persone moralmente potenziate potrebbero essere vittime di ingiustizia, in quanto potrebbero essere aggirate più facilmente dalle persone meno scrupolose e più interessate a promuovere il loro bene personale che quello pubblico. A prescindere, poi, dal tipo di potenziamento morale che immaginiamo, il miglioramento delle disposizioni morali attraverso le biotecnologie (attraverso interventi sul genoma umano, ma anche farmaci, impianti oppure dispositivi rimovibili) solleva la questione relativa alla libertà dei soggetti moralmente potenziati. Quale libertà, infatti, conservano o potranno conservare ancora persone programmate ad avere particolari disposizioni o a rispondere con particolari sentimenti a certe situazioni? E queste persone potranno essere ancora considerate responsabili delle loro azioni? Ammesso, poi, che il potenziamento morale riduca la libertà dei soggetti potenziati, una riduzione dell’autonomia persona potrebbe essere giustificata dai benefici che la società comunque avrebbe dalla presenza di persone moralmente potenziate? Per altro, un programma di potenziamento morale sembra maggiormente rispettoso dell’autonomia delle persone se non è obbligatorio (cioè imposto), ma volontario: nel senso che i singoli cittadini possono decidere liberamente se sottoporsi o meno ad interventi che poi cambieranno le loro disposizioni ed il loro carattere morale. Ma in una società in cui un certo numero di persone sarà moralmente potenziato ci sarà ancora la libertà di scegliere se lasciarsi migliorare moralmente? Oppure le pressioni sociali a sottoporsi al potenziamento morale saranno così forti che per le persone diventerà di fatto impossibile scegliere di non ricorrere alle biotecnologie?

In considerazione dei benefici che il potenziamento assicurerebbe ai singoli individui, per qualsiasi tipo di potenziamento si pone infine la questione relativa all’accesso. A prescindere, cioè, da se il potenziamento sia fisico, cognitivo oppure morale, ad ogni cittadino dovrebbe essere possibile scegliere di migliorare la propria condizione. Dove questo non fosse possibile si creerebbero situazioni di profonda ingiustizia, non soltanto relativamente alle capacità e disposizioni che poi si svilupperanno, ma anche per quanto riguarda l’accesso ad attività e posizioni nella società. Le persone che non saranno potenziate rischieranno infatti di essere discriminate perché avrebbero meno possibilità di svolgere certe professioni e lo stigma della società potrebbe spingersi fino al punto di negare loro qualsiasi dignità morale. Il rischio è che i potenziati possano considerarsi dei post-umani e, di conseguenza, rivendicare il diritto di essere ossequiati e riveriti dagli umani non migliorati e ritenere giusto che gli interessi di questi vengano sacrificati a loro vantaggio. Gli esseri umani non migliorati, a loro volta, potrebbero percepirsi come veramente inferiori e, per questo motivo, rinunciare a rivendicare una condizione migliore: accettare, cioè, come giusto e naturale che loro abbiano meno diritti ed opportunità.

Non è facile, e non è mai stato facile, confrontarsi con le questioni che lo sviluppo scientifico e tecnologico solleva: con l’aiuto dell’immaginazione però dobbiamo incominciare a pensare al tipo di società che vogliamo creare con le biotecnologie.

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