OLTRE LA METÀ DEI GIOVANI NON CREDE PIÙ NEL CAPITALISMO. MA COSA VIENE DOPO?

Mettere in discussione il capitalismo potrebbe sembrare un’assurdità in un Paese come l’Italia, dove la politica non riesce neppure a discutere dell’introduzione di una tassa patrimoniale. Eppure, è quello che stanno facendo i giovani in tutto il mondo, sempre più insoddisfatti dell’attuale sistema economico. Non si tratta della cieca e un po’ ingenua convinzione dei militanti di qualche formazione della sinistra extra-parlamentare, ma di una realtà supportata dai fatti, che sta emergendo soprattutto nei Paesi in cui il capitalismo nella sua forma neoliberale si è affermato con maggior vigore, ossia Stati Uniti e Regno Unito.

Secondo uno studio dell’Iea (Institute for Economic Affairs) il 67% dei giovani britannici vorrebbe vivere in un sistema socialista. Il capitalismo è accusato di alimentare il razzismo (71%) e di incentivare materialismo, egoismo e avarizia (73%). Per il 78% dei giovani britannici è il capitalismo il responsabile della crisi abitativa nel Regno Unito e il 72% vedrebbe favorevolmente una rinazionalizzazione di alcune industrie, come quella energetica, dell’acqua e delle ferrovie. Dati simili si trovano anche negli Stati Uniti. Una ricerca Gallup del 2018 ha mostrato come soltanto il 45% dei giovani tra i 18 e i 29 anni abbiano una visione positiva del capitalismo, mentre questo dato era al 68% nel 2010. Allo stesso tempo, i giovani che dichiarano di avere una visione positiva del socialismo sono il 51%. Altre ricerche supportano questi dati. Per esempio, uno studio condotto dall’Institute of Politics dell’Università di Harvard ha scoperto che il 51% degli statunitensi tra i 18 e i 29 anni non supportano più il sistema capitalista.

Come sottolineano i ricercatori dello Iea, sarebbe scorretto collegare l’attuale malcontento nei confronti del capitalismo con una generale attitudine delle nuove generazioni di qualsiasi epoca a supportare politiche radicali. Innanzitutto, perché questo senso comune non è avvallato dai dati: per esempio, negli anni Ottanta era il partito conservatore inglese ad avere la maggioranza tra i giovani, mentre oggi è il partito progressista laburista a primeggiare tra Millennial e Gen Z. In secondo luogo, i numeri del malcontento sono molto più alti rispetto al passato e vanno a creare uno spartiacque con le generazioni precedenti, spesso accusate di apatia o menefreghismo nei confronti della politica. Per scoprire le ragioni di questi numeri bisogna allora andare a studiare altri fattori: le disuguaglianze crescenti, le precarie condizioni lavorative e le responsabilità del capitalismo per l’emergenza climatica.

Regno Unito e Stati Uniti sono due dei Paesi in cui le disuguaglianze economiche si sono imposte maggiormente negli ultimi anni, creando un’élite di super ricchi, una classe media impoverita o che ha visto i propri salari rimanere sostanzialmente stabili nel corso degli anni e una grande parte di popolazione che fatica ad arrivare a fine mese. Basti pensare che rispetto al 1990, negli Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione è diventato più ricco di 21mila miliardi di dollari, mentre il 50% più povero si è impoverito di 900 miliardi e il resto della popolazione è rimasto fermo allo stesso reddito. Le disuguaglianze si sono affermate soprattutto in certe professioni. Per esempio, se trent’anni fa negli Stati Uniti il rapporto tra il salario di un operaio e quello di un amministratore delegato era circa di 1 a 20, oggi il rapporto è di 1 a 231. Un livello di disuguaglianza ingiustificato, soprattutto quando la fatica e il duro lavoro di tante persone non vengono ripagati da un miglioramento della propria condizione socio-economica, mentre le grandi aziende possono utilizzare scappatoie legali e fiscali per non restituire alla società nulla di quanto guadagnato, come Apple, che nel 2014 pagò appena lo 0,005 % dei propri profitti in tasse.

I giovani vedono poi il capitalismo come fonte di ansia, stress e precarie condizioni lavorative. In tutto il mondo occidentale stiamo assistendo al fenomeno della Great resignation, ovvero le dimissioni di massa di milioni di lavoratori, soprattutto giovani. Secondo una ricerca di Microsoft del marzo 2021, negli Stati Uniti il 54% dei lavoratori della generazione Z sta pensando di dimettersi. Numeri simili si stanno affermando anche in Italia, con 500mila dimissioni volontarie negli ultimi tre mesi. Tra le varie motivazioni all’origine di questo fenomeno vi sono ambienti di lavoro tossici dove il mito della produttività viene anteposto al benessere del lavoratore, ma anche una difficoltà psicologica ed emotiva, esacerbata dalla pandemia, ad affrontare stress e preoccupazioni. Il lavoro precario e la mancanza di certezze per il futuro non sono infatti una caratteristica solo italiana, ma una costante più o meno marcata che accomuna i giovani di tanti Paesi del mondo, rendendo la bilancia tra vita e lavoro impossibile.

Infine, il capitalismo è considerato uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica. Non a caso, secondo lo studio dello Iea, il 75% dei giovani britannici ritiene il cambiamento climatico un problema specificamente legato al capitalismo. Mettendo una crescita economica senza condizioni davanti alla sostenibilità, il capitalismo contribuisce al climate change in vari modi, dall’industria energetica legata ai combustibili fossili agli allevamenti intensivi che alterano gli habitat naturali, dalla pesca intensiva che distrugge i fondali marini fino alla deforestazione e alla falsificazione dei dati sulle emissioni da parte di diverse aziende. Una verità che viene confermata dai dati. Secondo un rapporto di Oxfam del 2020, l’1% più ricco della popolazione mondiale inquina quanto il 50% più povero, che poi subisce maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico.

Come ha sostenuto Mark Fisher nel libro Realismo capitalista, nella contemporaneità è diventato quasi impossibile immaginare una strada alternativa al capitalismo, dato che la sua logica permea ogni attività quotidiana, fino a definire il significato delle nostre vite. È il famoso “There is no alternative” della premier britannica e madrina del neoliberismo Margaret Thatcher che viene elevato a confine del politicamente possibile e immaginabile. Ma come sottolinea lo studio di Iea, i giovani delusi dal capitalismo non cercano tanto di sovvertire il sistema. Il socialismo è visto in ottica positiva non tanto quanto concreta esperienza di gestione politica o per la collettivizzazione dei mezzi di produzione, quanto per i valori di solidarietà, umanità e giustizia che ne stanno alla base. Come riporta lo studio Iea, gli stessi giovani che criticano duramente il capitalismo sono d’accordo con alcuni dei suoi assunti fondamentali, come il ruolo positivo del settore privato o la necessità di diminuire le tasse. Come hanno sostenuto gli economisti Joseph Blasi e Douglas Kruse in un articolo su The Conversation, probabilmente i giovani di oggi non vogliono tanto un totale inversione del sistema, che potevano cercare i partiti marxisti-leninisti del secolo scorso, quanto un’economia più inclusiva, etica e vicina alle proprie esigenze.

Le proposte per rinnovare il capitalismo rendendolo più sostenibile da un punto di vista ambientale e sociale non mancano. Solo per citare alcune delle più recenti, John Elkington, uno dei massimi esperti di responsabilità sociale d’impresa a livello globale, ha recentemente affrontato il tema nel libro Per un nuovo capitalismo. Elkington parla della necessità di dare spazio ai “Cigni verdi”, ovvero eventi rigenerativi che instaurano cicli virtuosi, sviluppando resilienza e sostenibilità ambientale a favore delle generazioni future, come la diffusione dell’ambientalismo, i green bond, il Green Deal europeo e le transizioni verdi. Alec Ross, ex consigliere di Hillary Clinton e ora professore alla Bologna Business School, sostiene che si debba passare da un capitalismo azionario a un capitalismo degli stakeholder. Ciò significa che le valutazioni economiche non possono più basarsi solamente sulla massimizzazione dei profitti per gli azionisti, ma devono includere anche la realtà sociale, l’impatto ambientale e sui territori delle aziende, coinvolgendo tutti gli attori in una prospettiva che non guarda più ai soggetti economici come entità isolate e a se stanti ma coglie l’essenza relazionale della realtà. Per Paul Collier, economista dell’università di Oxford, è necessaria una rivoluzione etica del capitalismo, che ponga al suo centro non più l’homo oeconomicus, egoista e avido, ma la donna sociale relazionale, ovvero un soggetto economico che abbraccia la pluralità dei valori umani, sostituendo la massimizzazione del consumo con la ricerca della stima sociale, un indicatore più adatto a cogliere la realtà in tutte le sue sfaccettature.

Un modello economico basato su distopiche disuguaglianze sociali, sfruttamento scellerato delle risorse ambientali e normalità lavorativa fatta di isolamento, burnout e ambienti di lavoro tossici non è più accettabile. Lo raccontano bene le voci dei giovani stanchi del capitalismo, le piazze che si riempiono contro il cambiamento climatico, con il successo di prodotti di massa molto critici rispetto al funzionamento dell’economia di mercato come Squid Games, The Boys o Parasite. Dopo la pandemia, che ha ulteriormente enfatizzato le disuguaglianze e le storture prodotte dal capitalismo, non può più essere accettabile ostinarsi a proseguire con la riproposizione continua di questo modello. Deve essere la politica, sia nazionale che internazionale, a promuovere proposte concrete per trasformare l’attuale sistema economico in un modello socialmente ed ecologicamente sostenibile. Gli ultimi mesi, caratterizzati dalle promesse del G20 e dell’Ocse di introdurre una tassazione minima globale sulle grandi imprese e dai piani dell’Unione europea per conciliare crescita economica, transizione verde e sostenibilità sociale con il Next Generation EU, sembrano andare in questa direzione. Ma questa è solo una base di partenza. Per cambiare davvero le cose è necessario un ripensamento generale dell’economia, che passi dall’ultra-individualismo neoliberista alla consapevolezza della natura relazionale dell’esistenza, anteponendo al profitto la salvaguardia del Pianeta e il benessere di tutti i suoi abitanti, nessuno escluso.

Testo di Francesco Nasi del 3/11/2021
Dal sito thevision.com

1 thought on “OLTRE LA METÀ DEI GIOVANI NON CREDE PIÙ NEL CAPITALISMO. MA COSA VIENE DOPO?”

  1. Giorgio Pietro Cherubini ha detto:

    Buona sera.
    Intanto una correzione, accomunare Marx a Lenin secondo me è un errore, sia perché per Marx era un processo dal basso, ma anche per il modello di Stato quasi orizzontale, dove la funzione dello Stato era di equilibrio e distribuzione, mentre per Lenin, per quanto si è potuto vedere, e soprattutto per deviazioni dei successori sia nell’URSS che in altre realtà, è piramidale dove chi comandava veramente erano i vertici distanti anni luce dai bisogni della base.
    Inoltre Marx ed Engels questi problemi se li erano già posti, infatti ne il Manifesto, uscì nel 1848, con le loro indicazioni scritte nei dieci punti della seconda parte, al netto delle condizioni geopolitiche del tempo, e della fase finale della piccola era glaciale, che loro non potevano sapere che sarebbe terminata a cavallo del 1850, si legge chiaramente di una società dove il mercato rimane, ma con delle forti limitazioni visto che i monopoli strutturali sono gestiti dallo Stato, e l’accumulo di capitale viene limitato sia da una tassazione fortemente progressiva che dall’eliminazione del diritto di successione, ma anche con l’indicazione che tutti devono lavorare esclusi i minori.
    Adesso dell’acqua sotto i ponti ne è passata molta, ma ritengo che le indicazioni di fondo restino valide, che per me sono:
    A ) uno Stato che ha funzioni di equilibrio e intervento nelle sacche di disuguaglianza strutturale;
    B ) una Stato che con politiche di tipo keynesiano, vedi la Next Generation Eu, indirizza l’economia;
    C ) un sistema di produzione che non rinnega ne il mercato e neanche il capitalismo come principio, del resto abbiamo aspirazioni differenti e differente voglia di impegnarsi, ma lo finalizza all’interesse collettivo.
    Ovviamente questo è solo un accenno di un ragionamento ben più ampio, ma non bisogna dimenticare che esperienze simili sono già fallite, per esempio la Svezia degli anni 80 del 1900, perché l’avidità dei singoli da una parte, e il tentativo di rendere comunque uguali tutti anche chi ha desideri differenti, poi creano conflitti che li hanno fatte fallire.

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