Ad oltre quattro anni dall’inizio del conflitto russo-ucraino, considerato il fallimento di ogni tentativo per giungere ad una pace sostenibile e condivisa, emerge l’urgenza di avviare un percorso fuori dagli schemi ordinari, dirompente.

Tempo addietro Putin annunciò (tra mille distinguo e successivi aggiustamenti) che era pronto a confrontarsi con l’Europa per avviare un percorso che potesse condurre alla fine del conflitto russo-ucraino. L’incontro con Zelensky (anche in terra terza) ne avrebbe dovuto eventualmente segnare la definitiva conclusione. Impossibile non farsi qualche domanda. Questa proposta è la conseguenza delle difficoltà militari, politiche ed economiche indotte alla Russia dalla guerra? Lo scomposto atteggiamento di Trump (nonostante gli amorosi sensi per Putin) non prefigura niente di certo ed utile nemmeno per la Russia? La proposta è il “trappolone finale” ordito da Putin per sbriciolare definitivamente l’Unione Europea? Oppure, si tratta di tutte queste cose insieme?

Quesiti retorici, perché guai se l’Europa non riuscisse a rispondere alla chiamata o peggio se decidesse di non accettare la sfida di un pur difficilissimo dialogo di pace. Vietato assistere ad eventuali gare di rappresentanza tra leaders europei per fini propri o di politica interna. O peggio il silenzio. Sarebbe veramente la fine della credibilità europea a livello globale, ma soprattutto la fine di un sogno per milioni di cittadini europei costretti a rimanere Tedeschi, Italiani, Francesi, ecc. Ovvero nani, prossimi vassalli (più o meno consapevoli) di questa o quella potenza.

Un compito primario di tutti i democratici europei.

Ad oltre quattro anni dall’inizio del conflitto russo-ucraino, considerato il fallimento di ogni tentativo per giungere ad una pace sostenibile e condivisa, emerge l’urgenza di avviare un percorso fuori dagli schemi ordinari, dirompente. Un’opportunità per contribuire alla sperimentazione di rapporti globali fondati su pace, stabilità, cooperazione e responsabilità condivisa. Laddove l’Europa (e le sue istituzioni) sta mostrando tutte le sue contraddizioni dovrebbe entrare a gamba tesa la politica. Un compito ineludibile e primario per tutti i democratici europei. Ma siamo obbligati a prendere atto che “Nessuna potenza singola, nessuna nazione singola, nessuna cultura singola fornisce la leadership politica, etica e intellettuale di cui l’umanità ha bisogno nella sua età planetaria. Possiamo dire che l’umanità è oggi una comunità di destino che può salvarsi solo diventando una comunità di coscienza e di volontà1. Solo una salda volontà politica “armata” di una coraggiosa visione del futuro potrebbe ancora contribuire a dar vita a questo passaggio epocale, senza il quale il governo dei conflitti in corso è ridotto a gestione temporanea delle crisi. Una gestione foriera di altre instabilità. Ora bisogna avere il coraggio e la forza di abbandonare le “ragioni” della geopolitica del secolo scorso, di svelare e isolare ogni forma di “nazionalismo europeo” per impostare nuovi percorsi di pace portatori di condivisa futura prosperità.

L’Europa dovrebbe cancellare d’un botto quattro anni di colpevole inerzia diplomatica.

Oggi la guerra ai confini europei rappresenta uno dei maggiori rischi per la stabilità europea e la sicurezza globale. Giungere ad una sua soluzione sostenibile per gli attori diretti e condivisa sul piano continentale significherebbe anche dimostrare che esistono altre vie – oltre quelle della forza e del ricatto – per affrontare tutti i conflitti in essere. Per divenire un autorevole attore di pacifica convivenza l’Unione europea ha il dovere di riconoscere che la sua storica delega della sicurezza agli USA ha contribuito a rafforzare quelle dinamiche culturali e politiche di contrapposizione che oggi mostrano tutta la loro inefficacia e pericolosità. Non si tratta della negazione dello storico rapporto di alleanza con gli Stati Uniti, ma della constatazione che quelle formule e contenuti di un’era fa oggi non sono più utili per promuovere la pacifica convivenza globale. Anzi, si dimostrano essere una delle cause d’instabilità. Perciò l’Europa dovrebbe cancellare d’un botto quattro anni d’inerzia diplomatica divenendo parte proponente per la co-progettazione di una nuova sicurezza euroasiatica. Un realistico quanto complicatissimo progetto di pace che coinvolge gli alleati, ma soprattutto sa parlare ai diretti contendenti, a quei popoli, così come ai mondi culturali e politici, alle realtà sociali ed economiche che, pur provenendo da sensibilità, nazioni e contesti diversi, avvertono l’urgenza di aprire un confronto reale sui temi della sicurezza e della convivenza globale. Iniziativa diplomatica, critica delle politiche di potenza, ma anche un appello trasversale rivolto a chi non si riconosce più nelle novecentesche contrapposizioni e ritiene concretamente e pericolosamente inadeguato l’attuale quadro delle relazioni internazionali. Occorre costruire un’offerta che sappia comunicare con milioni di persone per superare le attuali contrapposizioni pro o contro questo e quello. Una rete capace di superare i confini nazionali perché è ormai evidente che i nazionalismi (comunque dipinti) – oltre ad essere stati attori colpevoli – non sono più in grado di produrre soluzioni.

Una proposta che, per essere efficace, non potrà fare a meno di maturare un’assunzione di responsabilità in grado di esplorare concrete soluzioni perseguibili. A partire dalla realtà delle cose, perché senza indagare a quale costo, a danno di chi, su quali confini e con quali conseguenze, la volontà di pace – per quanto possa essere ampia – rischia di rimanere un appello buono, che riscalda i cuori e fa sventolare migliaia di bandiere; ma difficilmente potrà fermare le armi. E senza dimenticare che esiste una differenza profonda tra il voler vivere liberi e in pace e lo sperare di essere “lasciati in pacecioè il semplicistico e complice richiamo dei più gretti populismi, humus vitale di ogni sovranismo.

Non è possibile ignorare le responsabilità.

Nel considerare il conflitto russo-ucraino, non è possibile ignorare le responsabilità; in punta di diritto l’evidente distinzione tra invasore ed invaso; né possono essere ignorate le conseguenze umane e materiali che l’invasione ha prodotto, in particolare per la popolazione ucraina. Allo stesso tempo, la ricerca di un percorso di pace richiede alle parti in causa di saper andare oltre una lettura dei fatti esclusivamente accusatoria per interrogarsi invece su quali premesse, quali visioni e quali interessi comuni – alla luce dei fatti – sia possibile mettere in campo per avviare un percorso verso una stabile conclusione del conflitto.

Il riconoscimento della sicurezza euroasiatica come dimensione comune.

Riconoscere la complessità delle cause, delle reciproche convinzioni, degli interessi e dei rischi in gioco non significa ignorare le responsabilità, ma piuttosto assumere che nessun processo di pace può svilupparsi senza il diretto coinvolgimento degli attori coinvolti. Occorre una coraggiosa visione delle relazioni future e la comprensione che la fine del conflitto può essere la chiave per archiviare il presente ed avviare la costruzione di un futuro diverso. Un futuro dove l’affermazione del diritto internazionale e degli enti che lo gestiscono siano gli strumenti essenziali per disarmare le logiche di potenza ed i promotori dello scontro tra civiltà. Ricollocare in primo piano il rispetto delle identità storiche, culturali e geopolitiche dei diversi attori è il primo passo per costruire quel minimo di fiducia che è precondizione di ogni accordo stabile. Ma quale nuova visione può essere utile per superare gli orrori del passato (e del presente)? Non può che essere l’affermazione ed il riconoscimento della sicurezza euroasiatica come dimensione comune e quindi non unilaterale o di riproposizione di “blocchi contrapposti”. Prospettiva che dovrebbe essere governata attraverso adeguati strumenti di bilanciamento, anche considerando che la Russia è una grande potenza nucleare, illiberale e a guida autocratica.

La pace è un valore che va declinato concretamente.

Emerge dunque la centralità dei nessi da costruire tra sicurezza, investimenti, tecnologie, energia, materie prime e stabilità degli scambi come temi di comune interesse per un prospero, e pacifico futuro tanto in ambito euroasiatico come in quello globale. Una visione portatrice di quella collaborazione necessaria ad affrontare gli infiniti temi specifici che il conflitto ha generato. Tra questi la drammatica situazione territoriale dell’Ucraina che oggi richiede alle parti in campo la disponibilità a valutare l’ individuazione di diversificate strategie. Soluzioni che, nel rispetto delle popolazioni coinvolte direttamente nel conflitto, possano prevedere fasi transitorie e meccanismi di verifica nel lungo tempo; tali da consentire esiti verificabili come accettabili e condivisi. Un ragionamento che deve essere accompagnato dall’individuazione di quali risorse, attori e strumenti di gestione territoriale, economica e finanziaria siano necessari per la ricostruzione.

Basta sofferenze e morte per le popolazioni civili e militari.

Basta sofferenze e morte per le popolazioni civili e per le centinaia di migliaia di uomini e donne, militari di ambo le parti impiegate nei combattimenti. Un fondamentale ed immediato “cessate il fuoco” dovrebbe essere accompagnato e garantito da un parallelo blocco di ogni attività militare a qualsiasi titolo, diretto ed indiretto, almeno fino alla definizione degli accordi di pace. Con il cessate il fuoco allora potrebbe avviarsi il progressivo ritiro delle sanzioni. Agli enti che sovraintendono alla gestione del diritto internazionale il compito di un monitoraggio “attivo” ed in divenire degli accordi assunti.

Definire “sogno” le soluzioni complesse e dirompenti è lo strumento di tutti i conservatori per giustificare l’immobilismo o mascherare le proprie corresponsabilità.

La Pace nel tempo dei mille conflitti è un sogno o un’assoluta necessità? Negli anni di guerra trascorsi abbiamo assistito al fallimento della “diplomazia di potenza”, malefica eredità del ‘900. Abbiamo letto i punti della bozza cinese, un paravento più formale che sostanziale. Abbiamo seguito gli intrighi delle “potenze regionali” finalizzati più ai propri equilibri che ad una vera pace. Abbiamo assistito allo spettacolo del tappeto rosso srotolato da Trump per Putin. Abbiamo certificato l’inconsistenza diplomatica dell’Europa, le impossibilità dell’ONU (colpevolmente soffocata e resa imbelle per liberalizzare le pretese delle maggiori potenze) e la fallace prepotenza russa. Oggi prendiamo atto che tutto ciò non ha risolto alcunché. Urge una svolta politica che probabilmente solo l’Europa (e quindi l’ONU) potrebbe ancora tentare di promuovere. Una svolta che presumibilmente sarebbe (erroneamente) vissuta molto male sia dalla Cina che dagli Usa. Perciò molto complessa da gestire.

Caro Putin

Quasi mai la complessità può essere descritta con argomentazioni semplici, ma qualche volta ci si può provare abbandonando le “sfumature”. Allora la questione – brutalmente – potrebbe suonare così: “Caro Putin, con l’Ucraina hai fatto un drammatico casino, stai pagando un prezzo altissimo in termini economici, di uomini e di immagine. Hai interessi concreti a non rimanere troppo avvinghiato alla Cina, noi a non dipendere troppo da Trump. Hai materie prime, energia e dirigi il paese più grande del mondo; noi abbiamo tecnologie, capitali e siamo il secondo tra i mercati più ricchi del mondo. Sei disposto a ragionare?

Se non altro così si fa chiarezza ed una eventuale, non auspicabile indisponibilità russa (risultato di altri atavici obiettivi) diverrebbe un parametro obiettivo per valutare oggettivamente la necessità, la portata ed il senso dei progetti per la sicurezza europea e per il sostegno all’Ucraina. Alla fine è bene aver chiaro che bruciando ogni pur flebile possibilità di dialogo (vale per tutti gli attori) c’è il rischio che il conflitto si estenda, che la Russia superi ogni limite e che l’Europa, suo malgrado, sia in qualche modo coinvolta ogni giorno di più. Allora, passo dopo passo, le conseguenze potrebbero divenire veramente non negoziabili e quindi incontrollabili.

By M.F.

1 “Il pensiero e le parole sono di Edgar Morin, filosofo francese, tra i principali teorici della complessità e della ‘comunità di destino’ planetaria”

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