L’impero della rabbia … e la politica.

Da la News “Dissipatio”

L’Impero della Rabbia.

Sembra già passato un secolo, non pochi anni, da quando smartphone e social sono entrati nelle nostre vite. La tecnica è ormai capillarmente presente in ogni momento dell’esistenza collettiva dell’umanità, plasmandone desideri e paure. È una rivoluzione, quella in corso, dalle caratteristiche in via di definizione, così come sono in via di definizione le sue ripercussioni sociopolitiche. Ciò che è già noto, invece, è il cambiamento di abitudini dell’uomo medio, che si forma un’idea sul suo mondo sempre meno attraverso un’analisi della realtà tangibile che lo circonda, e sempre più subordinando quest’ultima agli infiniti stimoli che gli giungono dal suo piccolissimo schermo. Questo flusso algoritmico – dove la radice “algo” fa un riferimento solo fortuito al “dolore” greco, sebbene la coincidenza sia calzante – ha sue logiche, che a nulla sono indirizzate se non ad aumentare i numeri.

Ecco una prima conseguenza: la rabbia costante. Una delle tecniche più diffuse punta a provocarla, in inglese rage-bait (un termine ormai entrato nel vocabolario corrente anche senza traduzione), e consiste nel confezionare contenuti deliberatamente progettati per suscitare indignazione e disgusto, con l’unico obiettivo di massimizzare le interazioni. Il che, naturalmente, si traduce in maggiori introiti pubblicitari, sia per il creatore dei suddetti contenuti, che per la piattaforma che lo ospita. Come noto, l’algoritmo non distingue fra le emozioni: conta il clic, e la rabbia genera clic con una costanza che nessun’altra emozione riesce ad eguagliare. Il video che documenta l’orrore, la dichiarazione che irrita il proprio gruppo di riferimento abbastanza da dover essere condivisa con un commento sdegnato. La politica ha imparato questo meccanismo, forse perché non ne è mai stata estranea del tutto, e lo ha trasformato in una clava per battere là dove il dente duole. Roberto Vannacci, l’uomo politico del momento, sta costruendo una carriera attorno a dichiarazioni che da una parte incarnano quello che effettivamente è il “sentire comune” di una grande parte di popolazione, dall’altra pungolano tutti coloro che si vogliono estranei ad esso. Tutto questo adottando dei codici ed una estetica tabù, perché riferita al ventennio fascista. È una comunicazione che, al di là dei giudizi di valore che gli si voglia affibbiare, funziona. I recenti sondaggi stanno lì a dimostrarlo. E funzionano proprio perché viviamo al tempo del rage-bait. Sarebbe impossibile immaginare un Roberto Vannacci di successo negli anni Ottanta. È invece del tutto lecito attendersi che sarà lui il protagonista delle prossime elezioni politiche.

Tutto è politico, eppure la politica non è mai stata così sterile come oggi. Anton Jäger nel suo saggio “Iperpolitica” (Nero Edizioni, 2024) ricostruisce quelle che a suo avviso sono le motivazioni: la sfera sociale è stata svuotata delle sue strutture; solo l’individuo ha impatto, ma nella sua atomizzazione gli effetti evaporano al mutare dell’attenzione collettiva. Essa è ormai modellata dalle nuove forme di aggregazione – social media e chat – che rendono immediata la comunicazione, ma difficile costruire comunità durature dalle quali non sia così facile uscire. Anton Jäger, storico e politologo belga, ha sistematizzato questo fenomeno nel suo saggio Iperpolitica, tradotto e pubblicato da Nero Edizioni nel 2024. La sua tesi è costruita su una periodizzazione in tre fasi: la post-politica degli anni Novanta e Duemila, in cui il consenso neoliberale aveva neutralizzato il conflitto ideologico lasciando la politica come pura amministrazione tecnica; l’antipolitica del periodo post-2008, in cui la crisi finanziaria aveva generato movimenti di protesta che cercavano di prendere in contropiede la storia – gli IndignadosOccupy Wall Street, in Italia il M5S delle origini – con risultati alterni e strutture organizzative fragili; e infine l’iperpolitica attuale, in cui tutto sembra politico, i dibattiti sono infuocati, le mobilitazioni frequenti, ma nulla cambia. Milioni e milioni di persone scendono in piazza periodicamente, sottolinea Jäger, e nessun cambiamento strutturale ne è conseguito, né si ha l’impressione che un cambiamento sia in arrivo. Il 6 gennaio a Capitol Hill, così le proteste attorno a George Floyd, hanno prodotto la stessa dinamica: intensità altissima, effetti minimi. Le organizzazioni politiche si indeboliscono, i sindacati scompaiono, i partiti si svuotano di contenuto e a votare va sempre meno gente, mentre il volume del conflitto online sale. L’iperpolitica è politicizzazione senza politica: il rituale rumoroso e grottesco – così lo chiama Jäger – davanti al trono vuoto del sovrano. La figura dell’iper-leader – Trump, ma anche altri, in contesti diversi – è la risposta politica a questa condizione: un soggetto capace di dare coerenza simbolica a coalizioni che di per sé non ne avrebbero, tenuto insieme dalla presenza mediatica e dalla capacità di produrre reazione emotiva costante, sostituendo la piattaforma programmatica con la mobilitazione affettiva.

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