Il tempo della cosmopolitica.
L’idea che l’umanità debba diventare una specie multiplanetaria non è più un pensiero da fantascienza, è diventato quasi un obbligo esistenziale per alcuni dei pensatori, imprenditori e visionari più influenti del nostro tempo. Elon Musk, il più celebre propugnatore di quest’idea, ne ha fatto una missione di vita: «Se non ci espandiamo nello spazio, siamo condannati all’estinzione», ripete da anni, e Space X è lì a dimostrarlo, con i suoi razzi riciclabili, le sue simulazioni di colonie marziane e le sue ambizioni che sembrano uscite da un libro di Asimov. Anche l’altro grande volto noto della Silicon Valley, Jeff Bezos, con Blue Origin, la pensa così, ma con un taglio diverso: non tanto «scappiamo dalla Terra», quanto «espandiamoci per preservarla». E poi ci sono voci più speculative, come quella di Michio Kaku, che da fisico scommette su una progressiva transizione dell’umanità verso una civiltà di Tipo I, II e III secondo la scala di Kardashev, dove il controllo dell’energia planetaria prima e stellare poi diventa il passo logico del nostro sviluppo. L’idea è semplice e gigantesca allo stesso tempo: se vogliamo sopravvivere, prosperare e continuare a raccontarci storie, dovremo farlo anche altrove. Marte, la Luna, gli asteroidi, gli spazi orbitali. Ma non solo per sopravvivere. Anche per crescere, per desiderare ancora, per non esaurire tutto su questo piccolo sasso sospeso nel vuoto cui abbiamo dato il nome Terra.
E’ qui che torna prepotente un vecchio concetto americano: la frontiera. Quando la spinta verso ovest si esaurì, gli Stati Uniti cercarono un nuovo orizzonte. Ora, nel XXI secolo, quel confine non è più geografico ma verticale. Il cielo è la nuova frontiera, quella che promette ricchezza e avventura, ma anche pericolo. Una frontiera verticale, appunto, che non si attraversa con carovane ma con razzi, e che non porta a nuovi continenti ma a nuovi pianeti. In questo senso, la corsa allo spazio non è solo una questione tecnologica o economica: è una pulsione culturale, antropologica, quasi religiosa. Un nuovo mito di fondazione per una specie che, esaurito l’orizzontale, ha deciso di puntare dritto verso l’alto. Non è un caso che le missioni spaziali, ben lontane dall’essere un ricordo della Guerra Fredda, siano oggi in pieno fermento. Cina, India, Europa, USA e persino realtà private e startup si contendono pezzi di cielo. NASA e SpaceX puntano a Marte, l’ESA lavora a progetti lunari, il Giappone esplora asteroidi, e la Cina si costruisce da sola una stazione spaziale. C’è fermento, sì, ma c’è anche una logica. Perché ormai lo spazio non è solo sogno, è mercato. Non più solo telescopi e satelliti, ma industrie, servizi, infrastrutture. E, a breve, miniere.
L’idea che lo spazio possa diventare un’area di sfruttamento minerario non è più una provocazione accademica ma un trend da tenere d’occhio. Gli asteroidi, ad esempio, sono ricchi di materiali rari come platino, nichel, oro, iridio. Cose che sulla Terra scarseggiano e costano, ma che lassù galleggiano, pronte (si fa per dire) ad essere estratte. Certo, servono tecnologie avanzate, investimenti folli, ma il principio è già accettato: l’industria mineraria spaziale è una frontiera plausibile. E se si parte da qui, si arriva ovunque: colonie autonome, rotte commerciali interplanetarie, hub industriali in orbita. Il sogno minerario è, ancora una volta, un sogno di conquista.
In fondo, il cielo ci protegge e ci minaccia. Come un dio capriccioso che può offrirti un mondo nuovo o chiuderti il sipario in un istante. Proprio di cieli minacciosi parlava Melancholia, uno dei film più celebri di Lars von Trier, in cui un pianeta nascosto si avvicina lentamente alla Terra fino a collidere con essa, cancellando ogni cosa. Un film sulla depressione, certo, ma anche una lucida metafora dell’attesa dell’ineluttabile, del silenzio cosmico che ci osserva mentre noi cerchiamo di riempire le ore con drammi privati. In letteratura, invece, il futuro spaziale è un tema antico, ma con sfumature sempre più cupe o ambigue. Da Solaris di Lem, dove il contatto con l’alieno è in realtà una discesa nell’inconscio umano, a La trilogia marziana di Kim Stanley Robinson, dove la colonizzazione del Pianeta Rosso è anche un gigantesco esperimento sociale. Più che il cielo, a interessare, è l’uomo sotto il cielo. Come cambia, come si illude e come spera.
E a proposito di speranze e illusioni, qualche giorno fa Peter Thiel(1) — l’imprenditore, filosofo libertario e co-fondatore di PayPal — ha rilasciato un’intervista al New York Times in cui ha toccato proprio questi temi. Secondo lui, il futuro è “una categoria in crisi”, perché non sappiamo più immaginarlo in grande. Eppure, sostiene, serve uno shock immaginativo, una nuova narrazione del destino umano, perché altrimenti si resterà bloccati in una stagnazione postmoderna di piccoli aggiornamenti e grandi paure. Thiel non si limita a sognare Marte: parla di decrescita demografica, di ingegneria genetica, di immortalità digitale e ovviamente di colonie spaziali. Per lui, il futuro è un progetto culturale prima ancora che tecnologico. Va costruito, desiderato, raccontato. Altrimenti non arriva. Mattia Ferraresi, in un suo recente articolo su UnHerd, nota con lucidità come questa visione sia sospesa tra la tensione apocalittica e la volontà di superarla attraverso un’espansione radicale dell’umano, quasi cosmologica. Thiel non si muove solo nei confini dell’economia o della politica: i suoi riferimenti vanno al cuore della nostra immaginazione del tempo, del limite, della fine. E nel farlo, il cielo torna a essere lo sfondo necessario: spazio della minaccia e dello slancio, luogo della rovina possibile e della speranza estrema.
Da “Dissipatio” del 3-7-2025
(1) Peter Thiel è uno degli imprenditori più influenti e controversi della Silicon Valley. Cofondatore di PayPal, primo investitore in Facebook, fondatore di Palantir e ideologo libertario, Thiel ha costruito nel tempo una visione radicale che fonde tecnologia, elitismo e anti-democrazia. Figura centrale della cosiddetta “PayPal Mafia”, è oggi uno degli ispiratori delle strategie politiche e digitali della nuova destra americana.
Thiel non ha mai scritto un trattato sul lavoro. Tuttavia, l’insieme delle sue scelte imprenditoriali e ideologiche delinea una traiettoria precisa, non nuova nella letteratura sul lavoro (si pensi a Jeremy Rifkin e Ulrich Beck), ma nuovissima come prospettiva. Il lavoro salariato, inteso come forma storica di partecipazione alla produzione e alla cittadinanza, è destinato a estinguersi e fin qui già lo sapevamo. La novità è che insieme al lavoro salariato finirà la democrazia e che tutto sommato questo potere emancipatorio del lavoro è un fastidio da eliminare.

