In un’epoca di cigni neri – eventi imprevedibili, rari e dal forte impatto – finiamo per notare i cigni bianchi. Quando si vota tra un’elezione presidenziale e l’altra, la prassi vuole che il partito al governo soffra mentre quello all’opposizione mobiliti più persone. In Virginia, dove si vota sempre l’anno dopo le presidenziali, i precedenti dicono che vince sempre il partito all’opposizione. A New York il dominio dei Democratici è incontrastato. Sono i cigni bianchi, i risultati attesi, il business as usual: le cose che vanno come dovevano andare. Ma anche l’assenza di sorprese, di questi tempi, è una sorpresa.
Nel più importante turno elettorale dalla rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, i Democratici hanno vinto in tutti i principali stati e città in cui si votava, come da regola non scritta della politica statunitense: in Virginia, in New Jersey, in California e soprattutto a New York, dove l’elezione a sindaco di Zohran Mamdani è diventata di gran lunga la notizia più commentata e seguita di questo ciclo, anche fuori dagli Stati Uniti.
E avete ragione, Mamdani non è esattamente un cigno bianco. È il sindaco di New York più giovane da oltre un secolo, il più importante incarico di governo per un politico socialista nella storia statunitense, il primo musulmano a un quarto di secolo dall’11 settembre, nato in Uganda da madre indiana e padre ugandese e senza alcuna esperienza di governo. Entrato in politica da attivista con posizioni di sinistra a lungo marginali tra i Democratici, le ragioni della sua vittoria sono tanto facili da mettere in fila quanto difficili da replicare.
Innanzitutto il suo talento politico, oggettivo, eccezionale, fuori discussione, qui su Da Costa a Costa ne parlavamo a giugno: chi pensa che sia solo “bravo con i video” non ci ha capito molto. E certo, tra le sue qualità c’è la disciplina con cui, tra mille e una distrazioni possibili, ha insistito ossessivamente sul suo messaggio contro i prezzi alti e la città per soli ricchi. Ma c’è anche la potenza con cui quel messaggio risuona tra gli americani, incidentalmente lo stesso che ha riportato Trump alla Casa Bianca. Le questioni economiche e l’inflazione sopra ogni cosa.
Il dibattito sulla radicalità di Mamdani sarebbe interessante, ma è nato storto: la pretesa che l’esito di un’elezione a New York debba dire qualcosa del futuro politico degli interi Stati Uniti o della strada per il ritorno al successo per i Democratici, come se il loro problema fosse vincere a New York, può funzionare al bar, sui social o in qualche studio televisivo. Ma è veramente fuori dalla realtà. Ognuno può essere più o meno contento per la vittoria di Mamdani, ma in ogni caso la lezione da trarre qui a me sembra un’altra.
Le proposte più famose e radicali di Mamdani – come i bus gratuiti o il congelamento degli affitti – sono impossibili da realizzare, ma sono comprensibili a chiunque e sono servite a far capire chiaramente alle persone quali sono le sue priorità, cosa lo ossessiona. Come quando Trump diceva che avrebbe fatto pagare ai messicani la costruzione del muro e i suoi avversari rispondevano, sentendosi furbissimi: ma è impossibile! Certo che lo era, lo sapevano tutti, ma gli americani avevano capito il messaggio. Le elezioni non sono un confronto fra programmi elettorali, che ci piaccia o no.
E per essere questo temibile rivoluzionario bolscevico, Mamdani ne ha dati di segnali rassicuranti. Non si è mai dedicato allo sport preferito della sua corrente, cioè contestare e insultare gli altri Democratici: anzi ha cercato di allargare. Non ha mai minimizzato le preoccupazioni per la sicurezza e si è rimangiato le stupidaggini che diceva della polizia cinque anni fa; al contrario, ha promesso di confermare la capa della polizia nel suo incarico. Ha promesso che non metterà i bastoni fra le ruote degli sviluppatori immobiliari. Ha evitato ogni provocazione e ha ritirato quelle del suo passato.
Cosa voglio dire: Mamdani era un candidato forte. Duttile e con una campagna di alto livello. Era un candidato efficace e ricco di qualità, gradevole e non respingente, senza veri scheletri nell’armadio, in grado di presentarsi come uno strappo e una novità rispetto al passato, con un messaggio politico nel quale risuonano le vere priorità delle persone, una comunicazione che ha saputo ottenere attenzione, un po’ di furbizia e un po’ di fortuna. Ecco la ricetta, ammesso che ci sia.
Ed è la stessa ricetta che in Virginia, un posto molto più simile a quelli in cui i Democratici devono vincere se vogliono tornare alla Casa Bianca, ha portato alla vittoria di Abigail Spanberger: ex agente della CIA, figlia di un poliziotto, molto moderata, molto pragmatica, una security mom, ha condotto una campagna concentrandosi su cosa? Sul costo della vita, sull’inflazione, sugli stipendi. Anche lei era una candidata forte nel posto giusto. Dove i Democratici non hanno messo il costo della vita sopra tutto, hanno perso: per esempio a Austin, dove è fallito un referendum per alzare le tasse sui proprietari di case e usare i soldi per le persone senzatetto.
Dalla News letter “Da costa a Costa” de “Il Post”
Testo di Francesco Costa

