Tendenze da non sottovalutare …

Da anni stiamo assistendo ad una crescente, funzionale compenetrazione tra stati e potentissimi poteri privati caratterizzati da immense corporations transnazionali con campo d’azione globale, con centinaia di milioni (se non miliardi) di utenti/clienti e con bilanci aziendati (gestiti da consigli d’amministrazione) prossimi o superiori a quelli di molti stati. Obiettivo: trasformare le attività gestite da immense corporation tecnologiche in una sorta di “stati virtuali”. Una visione che potrebbe prevedere servizi per il commercio, l’educazione, la sanità, la finanza, l’energia, i trasporti, la comunicazione, la moneta, ecc sempre più privatizzati e fonti di immensi profitti (in genere difficilmente tassabili). Ciò a cui oggi punta un manager globale è la prospettiva di una “soluzione” ritenuta più in linea, più economicamente “efficiente” e coerente con una futura trasformazione in senso tecnocratico-globale del pianeta (non necessariamente ottusamente autoritaria). Questa prospettiva alimenta una lotta politica globale contro le antiche democrazie oggi in serie difficoltà. Una lotta contro gli interventi di moderazione e regolazione del mercato da parte degli stati (a partire da quello digitale) delegittimando anche tutti quegli enti sovranazionali che dovrebbero governare il rispetto del diritto internazionale ed umanitario. E’ la prefigurazione di un nuovo quadro di riferimento dove la politica – quella che conosciamo – sarebbe definitivamente e trasversalmente marginalizzata a modesto braccio operativo di un potere altro.

Tendenze da non sottovalutare perché si tratta comunque di linee operative e culturali a loro modo potenzialmente appropriate ed economicamente efficienti per una società tecnoautocratica governata da élite caratterizzate da un decisionismo “efficentistico” e dove il mondo dei lavori, così come lo conosciamo, sarebbe destinato ad esaurirsi. Una visione sostanzialmente alternativa alla democrazia “considerata ormai esausta e priva di visione” ed ai valori che la caratterizzano. Se prevarrà “l’economia della super efficienza tecnocratica” i nuovi gruppi dirigenti ci sono già e gli strumenti sono in concreto divenire. La prospettiva è già tracciata e la democrazia sarà inevitabilmente marginalizzata, contenuta o sostituita da inedite forme di convivenza basate su altri valori funzionali, probabilmente prossimi a quelli dei vari Musk o Thiel; orientamenti già da tempo prevalenti nelle tecnocratiche mega industrie orientali: fabbriche globali del mondo tecnologico.

Che altro ha rappresentato il sostegno di Elon Musk (ex democratico) a Trump se non l’aspettativa di un solido ed utilitaristico laissez faire? Non si è trattato solo di un sostegno (anche se forse solo provvisorio), ma di una accattivante e significativa discesa in campo dell’uomo tecnologico più ricco del mondo contro una qualsiasi funzione regolatrice dello stato nell’economia ed in particolare nel mondo “tecno-digitale”. Si è così avviata una vera e propria aggressiva lotta, sia per controllare la redistribuzione della ricchezza che per una sostanziale gestione del potere. Una lotta apertamente gestita contro uno stato ed un sistema democratico considerati ormai incompatibili con il mercato e la geopolitica della nuova era tecnologica. E’ la lotta del tecno-manager globale, spericolato signore del cambiamento, dirompente innovatore e perenne creatore di nuovi mercati globali.

Democrazia o autocrazia (se non tecnocratico autoritarismo), oggi sono due prospettive (funzionali, culturali e soprattutto valoriali) a confronto. Due visioni, l’una ancora una potenziale base per lo sviluppo di ogni comunità umana solidale ed aperta e l’altra una possibile, distopica proiezione verso un futuro tecno-oligarchico. Noi stiamo vivendo i complicati giorni di un tempo di transizione dove ambedue le prospettive s’incrociano ed interagiscono, ma anche confliggono pericolosamente tra di loro con esiti non scontati. Europa non pervenuta.

By MF

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