La solitudine dell’Europa di Antonio Scurati da Notturno Occidentale

L’Europa è sola.

  • Quante volte ce lo siamo ripetuti atteggiando le labbra a una smorfia malinconica mentre sorbivamo il nostro Campari shakerato? La Russia di Putin ci minaccia a Oriente; a Occidente, dopo averci abbandonati, insultati e osteggiati, ora ci minaccia anche l’America di Trump; la nostra influenza sul resto del mondo declina costantemente. Soli, debilitati, sgomenti. Così ci sentiamo. Così ci pensiamo. Tutto il nostro grandioso passato sembra averci dimenticati. “L‘Europa, questa piccola penisola del continente asiatico”. Il nostro spleen da ragione al sarcasmo di Paul Valery, grande poeta europeo del secolo scorso, anch’esso dimenticato.
  • E se invece la solitudine dell’Europa fosse un’occasione? Se portasse con se non una condanna ma una promessa? In ogni caso, io credo, questa solitudine va interrogata, esplorata attraverso uno sguardo ampio, una fotografia aerea che ci sollevi dall’angoscioso schiacciamento sulla cronaca, dalla prigione angusta del presente. Per farlo, lasciamoci ispirare da alcuni filosofi, storici, letterati, antichi maestri della prosperità europea.
  • In un suo libro recente dedicato a pensare l’Europa, intitolato Il continente senza qualità, Peter Sloterdijk l’ha rappresentata come un palcoscenico vuoto. Adottando la metafora teatrale, il grande filosofo tedesco getta luce su un fatto inaudito nella storia europea: l’abbandono di ogni ambizione imperiale. Per millenni la trama della politica europea ha riproposto, in versioni più o meno creative, il copione fondativo dell’imperium romanum. Da Carlo Magno a Hitler – passando per Carlo V, Napoleone Bonaparte, la regina Vittoria e Benito Mussolini che indossava la divisa di maresciallo dell’Impero – l’Europa politica è stata “il teatro della rimessa in scena dei sistemi di potere romano”, con il suo corredo di devastanti guerre di conquista continentali e oscene violenze coloniali.
  • Poi, dopo l’apocalisse della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha pronunciato una inaudita rinuncia all’impero. L’ultima pretesa occidentale al re-enactment dell’impero romano su scala globale è migrata verso gli Stati Uniti d’America.
  • Siamo di fronte a un accadimento di portata epocale. Da questo punto di vista, il secondo Novecento europeo inaugura un’epoca in cui noi oggi ancora viviamo, il nostro presente e la cronaca di questi giorni vi stanno totalmente inscritti. Quando il presidente francese rigetta l’arrembaggio di quello statunitense alla Groelandia dicendo “no a un nuovo imperialismo“, rinnova i voti dei padri fondatori dell’Europa postbellica riaffermando la loro renuntiatio ab imperio (mai condivisa, purtroppo, sull’altra sponda dell’Atlantico).
  • Qui, però, è fondamentale comprendere una cosa: la rinuncia all’impero fu un pronunciamento autentico dell’Europa incenerita dalla guerra, maturato all’interno della sua storia profonda (così come lo fu il nazifascismo), non un gesto superficiale e coatto, tracciato dall’esterno. I millenni europei del Vecchio Continente già portavano in sé una controstoria alternativa alla trama imperiale.
  • Due sono le scene madri di questo copione divergente individuate da Sloterdijk: nell’anno del Signore 390 l’imperatore Teodosio, indossando una semplice tunica da penitente per i massacri da lui ordinati, s’inginocchia davanti alla chiesa di Ambrogio, vescovo di Milano. È l’atto di nascita del potere spirituale della chiesa cattolica accanto – il che talvolta significa “contro“, altre volte “di fianco“ – al potere politico. Più interessante e, probabilmente, attuale, la seconda scena paradigmatica: l’ottavo giorno di aprile del 1341, domenica di Pasqua, a Roma, nel corso di una cerimonia solenne che rievoca i fasti dell’antica capitale imperiale, Francesco Petrarca viene “incoronato“ sommo poeta e storico.
  • Attenzione. Non siamo di fronte a un polveroso episodio di storia erudita, il cui interesse è limitato ai recinti delle pagine culturali. Tutt’altro. L’incoronazione di Petrarca è la scena paradigmatica di un’Europa alternativa a quella del potere politico ed ecclesiastico (asservita o antagonista ma comunque altra da esso). La chiamerei Terza Europa. Quella che porta nel mondo una formidabile spinta propulsiva di traiettoria ascensionale riassunta da Peter Burke nella formula della “esplosione del sapere“.
  • L’incoronazione di Petrarca con un cinto d’alloro ci dice, infatti, che a partire dal basso Medio Evo, nell’Europa moderna il sapiente, ammantato di enorme prestigio e carisma intellettuale, “potrà prendere posto sul trono accanto ai capi delle dinastie regnanti“. Sul suolo del continente europeo si sprigionano, allora, le energie dirompenti del progresso, dell’apprendimento incessante, di un automiglioramento umano costante, della libera scienza, competizione e commercio, di sistemi innovativi nelle arti, tecniche e istituzioni di governo, tutti affluenti di una possente corrente creativa, volta a “testare forme di vita sostenibili“ in un mondo inospitale. Lungo questa linea evolutiva, l’Europa inizia quando il potere politico imperiale romano finisce. E‘ la rinascita d’Europa dalle e nelle proprie rovine nota come Rinascimento.
  • La genealogia europea ha infatti questo di peculiare: non presenta nessuna data di nascita ma numerose rinascite. L’Europa non nasce (e muore) una volta e per tutte. Rinasce, invece, continuamente. Ce lo insegnò un altro grande intellettuale, Ernest Robert Curtius, nelle pagine di Letteratura europea e Medio Evo latino, libro mirabile pubblicato in Svizzera nel 1948 e, dunque, scritto meditando dalla cattedra tragica della storia umana su uno spaventoso paesaggio di rovine materiali e morali a cui l’Europa era stata ridotta dalla più terribile guerra che il mondo avesse mai sofferto.
  • Grazie alla sua sterminata erudizione – e a una originale visione – Curtius ricostruisce la trasmissione alla moderna letteratura europea, per il tramite del Medio Evo latino (i cosiddetti “secoli bui“) di nuclei tematici, schemi narrativi, motivi ricorrenti centrali per la cultura di Roma antica. Detto in una sola parola, nell’anno 1948, di fronte alle macerie fumanti del catastrofico evento che sembra aver sradicato qualsiasi radice comune dell’umanità Europea, il professor Ernest Robert Curtius rintraccia niente meno che la tradizione occidentale; ricostruisce dalle rovine ciò che accomuna gli europei viventi – gli europei superstiti – alle generazioni che li hanno preceduti sul suolo del continente nell’arco dei millenni.
  • L’ambizione del professor Curtius è esplicita, e non ha niente di imperiale: “Il mio libro non è il prodotto di finalità puramente scientifiche, ma della preoccupazione per la salvaguardia della cultura occidentale“. La sua è la medesima aspirazione condivisa dagli umanisti rinascimentali e, prima di loro, dai copisti medioevali che, ritiratisi nei monasteri, trascrissero a mano i libri della sapienza antica: preservare la fiamma della cultura nelle tormente del secolo. D’altronde, come scrisse Gustav Malhler, altro grande maestro di arte delle rovine, “la tradizione non è culto delle ceneri ma cura del fuoco“.
  • Questo, in definitiva, ci insegna il grande libro di Curtius. Ci insegna che l’Europa moderna, la nostra Terza Europa, in verità non si costruisce nel re-enactement politico dell’impero romano ma nella sopravvivenza del nucleo della sua cultura in una civiltà plurimillenaria. Questo ci ricorda Ernest Robert Curtius: l’Europa non è un’entità geografica ma una civiltà. Chiedersi, oggi come ieri, quali siano i suoi confini significa chiedersi fin dove arrivi la sua civiltà ma anche da queli regioni e territori quella civiltà scompaia (si veda l’Ungheria di Orban).
  • Il nucleo della civiltà europea, a dispetto e attraverso tutte le sue numerose catastrofi, i suoi ripetuti olocausti e rinascite, è l’umanesimo. Su questo punto non è lecito nutrire dubbi. Chi lo fa, si pone fuori da quella civiltà (non dalla civiltà in quanto tale, si badi bene, ma dalla peculiare civiltà europea, accanto ad altre). L’umanesimo – spiegato in un minuto e in dieci righe, come va di moda adesso – è la rivoluzione nella visione del mondo che discende dall’avere posto l’uomo al centro dell’universo. Non più Dio ma l’uomo. Su di un piano dove alla fine, espunto Dio, rimarrà l’uomo soltanto e soltanto l’uomo. Considerato da questo punto di vista, l’umanesimo è una solitudine. Una grandiosa, vertiginosa, emancipatrice forma di solitudine. (Inconsolabile anche, se volete, come ogni solitudine). L’uomo, concepito come essere mirabile a partire dalla sua intelligenza creativa, sostenuto da un’etica pienamente umana, assistito dalla sapienza degli antichi, dedito allo studio di una scienza dell’uomo (non di Dio), elevato da una educazione completa e mite che ripudia i metodi violenti ma incoraggia il senso critico, l’uomo votato al miglioramento della condizione umana e al raggiungimento della felicità terrena. Qui, su questa terra, in questa vita, sotto questo cielo disertato da Dio.
  • Tutte le conquiste, morali e materiali, della civiltà europea moderna discendono da questa visione che nel Rinascimento gettò un ponte, percorribile in entrambe le direzioni, verso l’antico. Ne discendono, in particolare, il riconoscimento e la difesa dei diritti umani, l’intangibilità di essi da parte del potere politico e religioso. In altre parole: la libertà è dignità della persona umana. L’Europa moderna nasce e rinasce ogni volta che un individuo, animato dalle sue passioni creative, rivendica la propria libertà dal potere religioso e di fronte al potere politico. Questa genesi differita, questo compito interminabile, per dirla con Sloterdijk, „consiste nel progressivo disimparare la sottomissione“. Detto in una sola parola: la democrazia liberale.
  • Non si può passare alle conclusioni senza aver prima almeno accennato al dark side della luminosa esplosione di sapere promossa dall’umanesimo europeo, vale a dire agli imperi coloniali europei. Stiamo parlando del centro nevralgico della storia mondiale moderna. Come scrive Niall Ferguson, infatti, “L’ascesa dell’Occidente è il più importante fenomeno storico della seconda metà del II millennio d. C.“ [Ferguson, 2011, p. 29].
  • Non si tratta qui di un giudizio ma di un fatto. Fare questa affermazione non significa per niente glorificare o rimpiangere l’egemonia planetaria dell’Europa in età moderna. Al contrario, nel mio caso, come vedremo tra poco, significa benedire il suo tramonto. Per prepararci a ciò che viene dopo di esso, dobbiamo, però, riconoscere quell’egemonia, comprenderla e, soprattutto, comprendere le vaste, profonde conseguenze della sua fine. Vale a dire, riconoscere e comprendere noi stessi. La piega malinconica del nostro ebete sorriso da happy hour.
  • “Per qualche ragione, a cominciare dalla fine del XV secolo, i piccoli Stati dell’Europa occidentale, con le loro lingue volgari discesa dal latino (e un po‘ di greco), la loro religione derivata dagli insegnamenti di un ebreo di Nazareth e i loro debiti intellettuali nei confronti della matematica, dell’astronomia e della tecnologia orientali, produssero una civiltà capace non soltanto di conquistare i grandi imperi orientali e soggiogare l’Africa, le Americhe e l’Australia, ma anche di convertire popolazioni di tutto il mondo allo stile di vita occidentale… Nessuna precedente civiltà ha mai esercitato un dominio paragonabile a quello ottenuto dall’Occidente sul resto del mondo. Nel 1500 le future potenze imperiali d’Europa detenevano appena il 10 per cento della superficie terrestre del pianeta e non più del 16 per cento della sua popolazione. Nel 1913, undici imperi occidentali controllavano quasi tre quinti dell’intero territorio e della popolazione mondiale e più di tre quarti (uno stupefacente 79 per cento) della produzione economica globale“ [p. 25].
  • L’interpretazione fornita da Ferguson di questi fatti è altamente controversa. Secondo lo storico scozzese, la conversione a modi di vita occidentali sarebbe stata ottenuta, in fin dei conti, “più con la parola che con la spada“. Lecito, anzi, doveroso dubitarne. Non vi è dubbio, però, che l’esplosione del sapere generata dall’umanesimo sia stata decisiva per l’ascesa dell’egemonia occidentale ben al di là del contributo fornito alla supremazia specificamente militare. La libera scienza, la libertà religiosa, il libero commercio, la libertà d’impresa hanno beneficiato e al tempo stesso nutrito una enorme crescita di conoscenza, la quale poi si è a sua volta, indubbiamente, tradotta in potere e dominio. Perfino la frammentazione politica della montagnosa penisola asiatica denominata Europa in tanti piccoli Stati in guerra tra loro, spingendo fortemente innovazione e concorrenza, ha favorito la loro ascesa rispetto ai monolitici, inerti imperi asiatici. Anche da questo punto di vista, l’Europa moderna è figlia della fine dell’Impero romano più che della sua sopravvivenza.
  • Fatto sta che, comunque si voglia interpretare l’ascesa dell’Occidente, la dialettica del sapere umanistico che lo ha innalzato non soltanto ha eguagliato e spesso contrastato la logica cruenta del potere politico ma lo ha anche potenziato. La formazione umanistica di un uomo nuovo, libero, creativo e solo nell’universo sconfinato, ha dovuto attraversare secoli di violenza in un ciclo continuo di estinzioni e rinascite. “Nono c’è testimonianza di cultura che non sia anche testimonianza di barbarie“, scrisse a questo proposito Walter Benjamin. L’immenso Leviatano europeo si è levato a dominare il mondo anche grazie alla corona d’alloro di Petrarca, che lui lo volesse o meno. Ferguson sostiene che “l’impero non è una spiegazione storicamente sufficiente a dar conto del predominio occidentale“ nell’era moderna. È, lo dicevamo, una tesi altamente controversa. Per i nostri scopi, in queste poche pagine, sarà sufficiente riconoscere che la supremazia occidentale, prima e contemporaneamente all’ambito militare, si è manifestata nel campo culturale, scientifico, educativo, commerciale, imprenditoriale, finanziario, nella forza delle sue istituzioni, idee e mentalità nutrite dalla rinascita umanistica; e che tutto ciò ha anche, indubbiamente, rafforzato in modo decisivo il suo dominio.
  • Ma è altrettanto importante riconoscere, soprattutto in questo momento storico, che l’umanesimo europeo ha anche dato vita a un sistema di sapere e di pensiero votato ad esercitare una costante critica e limitazione del potere politico. Lungo questa linea di sviluppo, gli oppressi dalla politica europea hanno ricevuto dalla cultura europea gli strumenti della propria liberazione.
  • Soprattutto, per fronteggiare la crisi del presente, è necessario prendere piena coscienza del fatto che il nostro è il tempo della fine di quella storia di dominio. Viviamo nel tramonto di un‘era. Al principio del XXI secolo, per la prima volta dopo 500 anni, l’Occidente non è più egemone. Di sicuro non lo è più l’Europa. Io credo che le immense conseguenze psicopolitiche di questo tramonto non siano ancora state pienamente valutate. E nemmeno apprezzate.
  • L’idea del declino non è affatto nuova in Occidente. Al contrario, ne scandisce la storia almeno fin dalla caduta dell’Impero romano. Lo prospettiva della decadenza come destino si trasmette dalla tarda antichità al modernità per il tramite del Medio Evo Latino in più d’uno dei topoi studiati da Curtius. Oggi, nel momento del declino dell’impero americano, quando anche l’idea stessa di Occidente s’infrange, lo spettro della decadenza infesta nuovamente l’Europa.
  • Al termine della Seconda guerra mondiale, il nostro continente ha conosciuto una breve e formidabile stagione di rinascita e crescita. Stagione irripetibile. Già allora la sua egemonia planetaria era avviata al completo e definitivo tramonto ma gli effetti di quella perdita si sono resi pienamente manifesti con alcuni decenni di ritardo, alla fine del secolo Ventesimo, nel momento in cui si è esaurito il breve ciclo espansivo e creativo innescato dall’epopea popolare della ricostruzione postbellica.
  • Avendo dedicato molto tempo e migliaia di pagine a raccontare il fascismo nei miei romanzi, e a individuare nei miei saggi le sue somiglianze e differenze rispetto ai movimenti di estrema destra oggi dilaganti in Europa (e in America), spesso mi viene chiesto di fornire una spiegazione al ritorno prepotente della seduzione autoritaria e antidemocratica. Non essendo all’altezza della spiegazione, altrettanto spesso mi sono rifugiato nella suggestione: “La malinconia“, ho risposto. In un qualche pomeriggio triste di fine secolo, con i postumi di una sbronza e lo schermo televisivo sintonizzato su di un canale morto, lo spirito europeo si è immalinconito: la paura ha prevalso sulla speranza.
  • Ora, con il trascorrere dei giorni mi vado convincendo che, oltre la suggestione, l’umor nero della malinconia possa addirittura suggerire un vero e proprio abbozzo di spiegazione psicopolitica della sindrome vittimistico aggressiva causata nei popoli europei (e statunitense) dalla perdita dell’egemonia, causata tanto dai suoi effetti psicopolitici quanto dalle sue conseguenze pratiche, a cominciare, ovviamente, dall’immigrazione incontrollata di persone provenienti per buona parte dagli ex territori coloniali percepita da molti come “invasione“.
  • Una conferma giunge ancora da un libro di Sloterdijk, Ira e tempo, nel quale, oramai vent’anni fa, il filosofo individua nel thymos – inteso come aspirazione alla violenta affermazione di sé dell’eroe omerico e irato spirito di risentimento provocato dal fallimento di essa – la chiave per comprendere sul piano psicopolitico il mondo dopo la fine dell’era bipolare. Già allora Sloterdijk lo poneva all’origine del populismo sovranista. Secondo la sua visione, motore dell’ascesa del populismo sovranista sarebbe “la ghiandola nera e altamente acida del thymòs”, capace di “secernere quelle tossine del risentimento, della vendetta e dell’odium politico” che, alimentate da demagoghi di estrema destra e sinistra, stanno demolendo le fondamenta democratiche dell’Europa (e degli Stati Uniti d’America).
  • Ma le tossine del risentimento, della vendetta e dell’odio politico, al principio del XXI secolo di nuovo circolanti nel sistema sanguigno dell’Europa decaduta dalla sua passata egemonia, hanno già funestato il secolo scorso. Noi europei le conosciamo già, ci hanno già avvelenato la vita nel secolo Ventesimo. Basti pensare all’insistenza ossessiva, rivendicativa e vendicativa, sulla decadenza della civiltà europea di Oswald Splenger nel suo Il tramonto dell’Occidente, summa filosofica di riferimento per il nazifascismo pubblicata al principio degli anni ’20 del Novecento. Sbalordisce, a rileggerle oggi in cerca di di somiglianze, la sintonia tra le riflessioni sull’Europa dei teorici del fascismo novecentesco e i vasti sentimenti di rabbioso sconforto diffusi tra le masse di sostenitori degli odierni populismi sovranisti.
  • Se prendiamo, per esempio, un breve saggio intitolato Problemi d’Europa, scritto nel 1934 da Marc Bloch, eroe intellettuale dell’umanesimo antifascista, veniamo investiti in modo quasi sconvolgente da quelle somiglianze. Bloch commenta e critica le posizioni emerse da un convengo di studi sull’Europa organizzato dall’Accademia Reale d’Italia nel decennale della marcia su Roma a cui prendono parte noti esponenti dell’ideologia nazi-fascista, compreso il famigerato Alfred Rosenberg, massimo teorico dell’antisemitismo nazista. L’Europa, oggetto della discussione, vi viene definita con un’espressione che – è lo stesso Bloch a notarlo – “non manca affatto di profondità”.
  • La nozione di Europa – sostengono i convenuti – è “una nozione di crisi”. Una nozione di panico, precisa Bloch: “paura della morte per inedia di cui le concorrenze sorte da tutte le parti minacciano le grandi industrie europee; paura di rivolte che piombano sulle vecchie egemonie coloniali; paura di vedere le nostre nazioni invase da forme sociali per il momento molto differenti dalle nostre…; paura di noi stessi, infine, e delle nostre discordie”.
  • Come non percepire un’eco sconvolgente di queste formule tossiche negli slogan degli odierni leader populisti sovranisti? E nei possenti flussi di risentimento che intossicano quotidianamente di passioni malinconiche milioni e milioni di loro elettori? Senso di tradimento, senso di sconfitta, senso di abbandono, senso di spossessamento, di pericolo, di declino, di minaccia, delusione, rancore, odio vendicativo, paura dell’impoverimento, dello straniero, dell’invasione. Paura di un mondo grande e terribile dove non ci si sente più a casa perché non si è più i padroni di casa.
  • Alcuni dei principali esponenti dell’ideologia nazifascista, riuniti a convegno nel 1932 nella Roma velleitaristicamente neo-imperiale di Mussolini per riflettere sul futuro del Vecchio Continente, concordano su una definizione d’Europa come fondata sulla paura. La pensano così perché lo scopo a cui puntano è lottare contro il loro stesso declino, nel tentativo disperato e sciagurato di rinnovare il dominio europeo sul pianeta. Sappiamo quel che ne seguì. Sappiamo, dunque, esattamente quel che non dobbiamo fare, sentire o pensare.
  • Perciò, continuiamo pure a sorseggiare il nostro Campari shakerato, se così ci piace, ma cancelliamo la piega malinconica dalle nostre labbra. Educhiamoci, invece, a salutare con favore il definitivo declino dell’egemonia imperialistica europea.
  • Nell’anno del Signore 2026 l’Europa è di nuovo una nozione di crisi, una nozione di panico. La crisi è bifronte. Sul fronte esterno, l‘identità di potenza politica risolutamente post-imperiale la espone a diversi livelli all’aggressività neo-imperialistica di Russia, Stati Uniti, Cina. Vale a dire di tutte le altre potenze oggi presenti sullo scacchiere geopolitico mondiale. Su questo versante si incontra la solitudine dell’Europa. E solitudine qui significa non soltanto la mancanza di amici, l’indebolimento o il crollo delle tradizionali alleanze, ma, soprattutto, la sua unicità. Da quando un Presidente oscenamente autoritario, antidemocratico e brutalmente neo-imperialista abita la West Wing della Casa Bianca, l’Europa è rimasta l’unica potenza economica e politica mondiale a custodire i valori della democrazia liberale che, in una storia lunga, sanguinosa e tormentata la hanno condotta a rinunciare all’impero.
  • Il caso della Groenlandia è emblematico. L’Europa si scopre sola nel momento in cui Trump, dopo averla abbandonata in Ucraina – conflitto nella cui genesi gli Stati Uniti d’America portano gravi responsabilità – minaccia l’invasione militare della Groenlandia. Ma la Groenlandia non è soltanto la possibile preda del neo-imperialismo statunitense, è anche una delle ultime scorie tossiche del colonialismo europeo. Ancora negli anni ‚‘60 del Novecento, infatti, in quello sconfinato territorio, annesso nel XVIII secolo alla corona della piccola e remota Danimarca, squadre di medici danesi sottoponevano i nativi a una campagna di sterilizzazione coatta impiantando la spirale contraccettiva nell’utero di giovanissime ragazze Inuit. Oggi, nemmeno 50 anni più tardi, dopo aver definitivamente – si spera – ripudiato il lato oscuro della propria storia, gli europei piantano sul suolo ghiacciato della Groenlandia la solitaria bandiera in difesa della democrazia, delle istituzioni liberali (autonomia, indipendenza, autogoverno) e della civiltà umanistica.
  • Sul fronte interno dell’Europa come nozione di crisi incontriamo un’altra declinazione della medesima psicosi da assedio: la passione triste di milioni di cittadini che si sentono soli e abbandonati alla paura di un‘immigrazione sregolata e abnorme percepita come una vera e propria, devastante invasione. Di questa passione tossica si nutre prevalentemente l’ascesa dei partiti sovranisti xenofobi, illiberali e antidemocratici che pretendono di fare muro innalzando la bandiera di una identità europea atavica, vale a dire la bandiera di un’Europa egemone, colonizzatrice non colonizzata.
  • Su entrambi i versanti della crisi europea, questa solitudine comporterebbe – secondo quanto scriveva Bloch nel ’34 – la fine della “immunità“ di cui l’Europa ha goduto per secoli nei riguardi di ogni ipotetica invasione, i secoli dell’egemonia nel corso dei quali l’Europa ha potuto prosperare lungo la traiettoria di “un’evoluzione continua, che nessun attacco dall’esterno, nessun afflusso di genti straniere veniva a sconvolgere e a interrompere”.
  • Ebbene, mi direte, come se ne esce? Non se ne esce. È questo il punto. Non c’è riparo, non c’è alcuna via del ritorno. Si va avanti sulla nostra strada solitaria. A testa alta e, possibilmente, accelerando il passo.
  • La solitudine dell’Europa non è una condanna, è una liberazione. Ci obbliga a divenire pienamente e definitivamente noi stessi. Ci consente, finalmente, e, al tempo stesso ci obbliga a scommettere l’intera posta sulla Terza Europa della civiltà umanistica contro le scorie tossiche dell’impero. Questa, soltanto questa può e deve essere oggi la nostra rivendicazione identitaria perché questo siamo diventati noi europei, al nostro meglio, nell’arco di una tormentosa, sanguinosa e a tratti radiosa storia millenaria.
  • La Terza Europa è un lascito del passato ma, soprattutto, un compito per l’avvenire. La nostra identità in divenire eredita l’antifascismo democratico dei padri, l’umanesimo degli avi, il magistero degli antichi e, nell’assumersi questa eredità, dischiude una prospettiva: “Il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati“. Cito il già celebre discorso del premier canadese, dunque extra europeo, Mark Carney a Davos, dove ha elencato e rivendicato orgogliosamente alcuni dei valori che dovranno guidarci nel divenire ciò che siamo. Sono valori-guida associati anche a una dimensione strategica, come ha chiaramente affermato Carney: “il potere dei meno potenti comincia con l’onestà”. E cito intenzionalmente Carney perché sia chiaro che la solitudine dell’Europa, che secondo me dobbiamo coltivare, non è affatto isolamento ma, al contrario, massima apertura. A tutti ma soprattutto agli affini, estranei come lo siamo noi a ogni presente e futuro impero.
  • La rivendicazione mite ma orgogliosa dell’identità umanistica apre, per sua natura, l’Europa al dialogo e al confronto con il mondo intero; la indirizza a un sistematico multilateralismo nelle relazioni internazionali, a specializzarsi – come già avvenne per alcuni Stati europei in passato – non nella guerra ma nella diplomazia; la chiama, però, anche a ripudiare l’uso brutale della forza, ovunque si manifesti. Su questo piano, l’Unione Europea è l’unico centro di potere politico mondiale che può e, dunque, deve opporsi alla attuale deriva fascistoide della amministrazione statunitense. Non saranno certo la Russia o la Cina a farlo. In ogni caso, la breve lista di Carney può e deve essere allungata. È a sua volta una lista aperta: il pacifismo temperato, l’ambientalismo ragionevole, il multilateralismo, la transizione ecologica, il capitalismo rigenerativo, la difesa e valorizzazione dei beni comuni, delle istituzioni democratiche da ogni tendenza autoritaria, delle menti nostre e dei nostri figli da una annichilente colonizzazione digitale promossa dai robber baron del big tech, predatori quasi onnipotenti votati a un futuro post-umano e post-democratico.
  • Da questa lista aperta discende un articolato progetto politico, in parte già realizzato in parte ancora da realizzare. Anche in questo caso, i punti sono vari e numerosi. In cima alla lista dei compiti urgenti per la Terza Europa, io ne vedo tre. Innanzitutto, contrastando le spinte disgregatrici del sovranismo interno, dobbiamo: completare, con il voto a maggioranza e l’emarginazione di chi non condivide i valori fondanti, il processo di unificazione politica europea, corredato dall‘approntamento di sistemi difensivi comuni, vale a dire in una forza militare europea specializzata nella difesa non nell’offesa (per fare un solo esempio: la linea produttiva di droni-scudo non è la medesima dei droni aggressori). Ciò è necessario non soltanto a darci l’autonomia necessaria a fronteggiare eventuali attacchi ma anche necessaria a non essere coinvolti in future guerre americane. L’Europa deve, poi, assolutamente creare un nuovo, virtuoso sistema di governo e regolamentazione dei flussi migratori nel rispetto dei diritti umani dei migranti e della qualità di vita dei popoli autoctoni che ricevono la migrazione. Se non si riesce a fare questo, non si riuscirà a porre un argine all’ondata sovranista xenofoba., Poi, ultimo ma non ultimo, l’Europa deve abbattere le barriere interne e innalzare la produttività soprattutto, investendo su cultura, ricerca, giovani, innovazione per tornare ad essere l’epicentro di una virtuosa, benigna, incruenta “esplosione del sapere“. La strada per divenire ciò che siamo è indubbiamente lunga, verosimilmente tortuosa ma è ben tracciata.
  • “Divieni ciò che sei“ è oggi uno slogan pubblicitario (l’ho visto tempo fa utilizzato per promuovere una nota marca di abbigliamento sportivo). In principio fu una dirompente massima che Friedrich Nietzsche prese da un ‘ode di Pindaro. Da qualche parte l’ho anche vista utilizzata come titolo per un raccolta di pensieri “sul coraggio di essere se stessi“. Ottima scelta. E proprio un altro celebre aforisma del grande filosofo tedesco potrà fornirci una provvisoria conclusione. E un vasto programma per l’avvenire: “La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo. Nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando“.

Ecco. Noi europei di questo turbolento scorcio di XXI secolo dobbiamo imparare ad amare il tramonto della nostra egemonia, dobbiamo perseverare nell’arte umanistica di vivere tramontando.
Dobbiamo imparare ad amare la solitudine dell’Europa.

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