Il data center come nuova frattura politica del XXI secolo
Da “Dissipatio” del 30/4/2026
È in atto nella sfera globale una metamorfosi fatta di codici binari e di server onniscienti. Spazi vitali si scontrano su un terreno virtuale, ma allo stesso tempo gli effetti di questo conflitto diventano ontologie fisiche. Stiamo parlando dei Data Center, strutture informatiche di vetro e acciaio nelle quali si conservano le conoscenze del mondo di ieri, di oggi e, ancora più importante, di domani.
Nella sua forma più elementare, un data center è un edificio grande quanto un capannone industriale – talvolta quanto un intero quartiere – dentro cui sono alloggiati migliaia di server collegati tra loro, raffreddati a temperature controllate e connessi al resto del mondo tramite cavi in fibra ottica. È l’infrastruttura fisica su cui gira tutto ciò che chiamiamo digitale: le email, le ricerche, i pagamenti bancari, i modelli di intelligenza artificiale, le transazioni finanziarie, le videoconferenze, i social network. In Italia, secondo i dati raccolti da Luca Beltramino – nuovo presidente di IDA, l’Italian Datacenter Association, eletto il 20 aprile scorso – ci sono oggi ventisette operatori con circa trecento megawatt di capacità installata, quasi tutti concentrati nell’area milanese. Un’infrastruttura che sconta un ritardo sostanziale rispetto ai grandi hub europei di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino. Il piano di IDA, riportato da Milano Finanza, è presto detto: raggiungere un gigawatt di capacità entro il 2028 e raddoppiarlo a due gigawatt entro il 2031, con investimenti stimati in ventidue miliardi di euro, distribuendo progressivamente gli impianti su tutto il territorio nazionale – Pavia e Torino nel breve periodo, Genova, Bari e Palermo nel medio – per decongestionare un’area metropolitana che già sconta la scarsità di terreni disponibili e la saturazione delle reti di trasmissione. Beltramino nega che la crescita del settore rischi di strozzare la rete elettrica, ma precisa che il vero nodo è la distribuzione dei carichi sulla rete di trasmissione nazionale, dove Terna – il cui nuovo amministratore delegato Pasqualino Monti si insedierà a maggio – dovrà concentrare gli investimenti, mentre sul fronte energetico di lungo periodo Beltramino indica i piccoli reattori modulari come possibile contributo al fabbisogno degli impianti.
Negli Stati Uniti il dibattito sui data center sta concentrando su di sé una rilevanza crescente. Vale la pena citare, a questo proposito, che lo scorso marzo Peter Thiel, durante una delle sessioni riservate di Palazzo Taverna, indicava la questione dell’infrastruttura computazionale come potenziale asse di frattura della politica americana. Il Dipartimento dell’Energia americano stima che i data center triplicheranno il proprio consumo di elettricità entro il 2028, e Goldman Sachs prevede che le bollette elettriche residenziali cresceranno del 6% entro il 2026 e di un ulteriore 3% entro il 2028 per effetto diretto della domanda dei data center. In Pennsylvania – stato chiave per il controllo della Camera dei Rappresentanti – l’opposizione ai data center ha creato una coalizione trasversale che accorpa gruppi ambientalisti e sostenitori di Trump, uniti dalla rabbia verso l’aumento delle bollette e verso la sottrazione di terreni agricoli per impianti la cui costruzione non è passata per l’approvazione di nessuno. D’altro canto, difficile in questo periodo non considerarle infrastrutture fondamentali, visto e considerato che è l’AI, da sola, a trainare i profitti di Wall Street, e in generale l’intera economia a stelle e strisce.
È attraverso questo filtro che possiamo leggere la crisi interna di OpenAI, la società che ha lanciato ChatGPT e che oggi si ritrova in una posizione molto più fragile di quanto non sia noto al grande pubblico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, OpenAI ha mancato l’obiettivo interno di raggiungere un miliardo di utenti attivi settimanali su ChatGPT entro la fine del 2025, e ha mancato diversi target mensili di fatturato nel 2026, mentre la sua quota di traffico web è scesa dall’86,7% di gennaio 2025 al 64,5% di gennaio 2026. Nello stesso periodo Gemini di Google è salita dal 5,7% al 21,5%, e Anthropic – la società che sviluppa Claude – ha eroso significative quote nei segmenti enterprise e coding, che rappresentano il mercato a più alto valore. Il problema strutturale, come ha segnalato la direttrice finanziaria Sarah Friar in interlocuzioni interne poi trapelate alla stampa, è che OpenAI ha già contrattualizzato circa 600 miliardi di dollari di spesa futura per data center e capacità di calcolo, una scommessa basata sulla proiezione di una crescita dei ricavi che al momento non si sta materializzando con la velocità necessaria. Altman e Friar hanno smentito pubblicamente qualsiasi conflitto con un comunicato congiunto. Ad aggiungere carne al fuoco il 28 aprile, a Oakland, si apriva il processo che oppone Elon Musk a OpenAI, quest’ultima accusata di aver tradito la sua vocazione, dopo essersi trasformata da struttura non-profit a società for-profit – avvenuto progressivamente dal 2019 in poi, con Musk già fuori dalla governance dopo una rottura nel 2018.
Secondo Musk si tratterebbe di una violazione degli impegni assunti nei confronti dei fondatori originari, che avevano contribuito finanziariamente sulla base di una missione di sviluppo aperto dell’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità. Musk chiede 134 miliardi di danni, la rimozione di Altman e Brockman dalla governance, e la reinstaurazione dell’impostazione non-profit: richieste che, anche laddove non trovassero pieno accoglimento giuridico, complicano ulteriormente il percorso verso un’offerta pubblica iniziale che l’azienda stima attorno ai mille miliardi di dollari di valutazione e che la CFO Friar vorrebbe rinviare in attesa di conti più solidi, contrariamente a quanto vorrebbe fare Altman che invece punta ad andare public già quest’anno.
Il discorso sull’importanza delle infrastrutture non può ignorare che il 95% del traffico intercontinentale di dati passi lungo circa 530 cavi sottomarini in fibra ottica posati sui fondali di tutti gli oceani del mondo. Negli ultimi due anni la quota di incidenti dolosi che hanno coinvolto questi cavi è cresciuta in modo esponenziale. Nel novembre 2024, due cavi nel Mar Baltico – il C-Lion1 tra Finlandia e Germania e il BCS InterWest tra Lituania e Svezia – furono recisi a distanza di ore l’uno dall’altro. La polizia svedese ha attribuito il danno alla Yi Peng 3, mercantile cinese che navigava in zona senza aver attivato i sistemi di tracciamento, in quello che il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius definì senza giri di parole un sabotaggio. Nel Golfo Persico, dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei Guardiani della Rivoluzione il 3 marzo scorso, l’agenzia Tasnim – voce mediatica dei Pasdaran – ha pubblicato una mappa dettagliata dei sette grandi cavi sottomarini che attraversano lo stretto con un messaggio che è sembrato una vera e propria minaccia implicita. Una singola interruzione su un cavo intercontinentale, infatti, può causare perdite stimate in cinquanta milioni di dollari al giorno, le navi specializzate per la riparazione sono meno di cento in tutto il mondo, e i tempi di intervento si misurano in settimane. Ecco, è questa la tangibilità del digitale, che è solo all’apparenza immateriale.
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