Politica: tentare di curare i sintomi senza un’adeguata diagnosi può essere molto pericoloso.

Dalla seconda metà del secolo scorso la politica ha mostrato un progressivo divario tra la sua capacità d’interpretare la contemporaneità e la realtà delle cose; un drammatico ritardo che ha reso inadeguato ogni tentativo di governare una fase tanto complessa quanto in continuo divenire. Le conseguenze? Nette contrapposizioni, una inedita fluida e sbrindellata stratificazione sociale fortemente segnata da preoccupazione, esagerate disuguaglianze, stati di sfiducia, violenza, egoismi corporativi, annebbiamento dei valori e diffusa incertezza. E’ ormai chiaro che oggi stiamo vivendo una fase di transizione verso una nuova era sempre più tecnologizzata dove si è andato formando un complicato quadro socio-economico difficilmente interpretabile solo con le categorie politiche del secolo scorso. La politica ormai non può più essere “aggiornata”, occorre un profondo cambiamento di paradigma. E’ questo ritardo la causa della patologica crisi della democrazia e del diritto internazionale.

La globalizzazione – così come la conosciamo quotidianamente – è qualcosa di profondamente diversa anche dal recente passato; occorre saper prendere atto che ci dobbiamo confrontare con una dirompente conseguenza della rivoluzione tecno-digitale, a seguito della quale sarebbe più corretto parlare di una incontenibile “iperglobalizzazione” che pervade (nel bene e nel male) tutti e tutto.

Iperglobalizzazione, un contesto nel quale l’Europa – con la sua storia di immani tragedie, ma anche di successive, rilevanti conquiste sociali e civili – avrebbe potuto assumere una primaria valenza strategica come presidio per un diversificato mondo aperto e più equamente connesso. Il processo di unione politica e` divenuto una sbiadita bandiera, un obiettivo percepito come irrealizzabile, comunque traslato in un ipotetico futuro. Purtroppo nemmeno la drammatica crisi Ucraina – con le sue diversificate ragioni e conseguenze – è stata in grado di imprimere un’accelerazione verso quell’unità politica essenziale per consentire all’Europa di divenire un attore geopolitico adeguato alle sue “potenzialità” ed alla missione per cui era stata sognata. Il progetto unitario è stato concepito con profonde radici nella geopolitica del secolo scorso e lì purtroppo si è arrenato, vittima del nazionalismo contemporaneo e del congelamento politico causato dalla guerra fredda. Nel frattempo i cambiamenti in corso a livello globale non si sono certo arrestati.

Stiamo assistendo ad una prolificazione di inediti, potentissimi poteri privati che si materializzano in immense corporations con campo d’azione globale, con centinaia di milioni (se non miliardi) di utenti/clienti e con bilanci aziendali – gestiti da consigli d’amministrazione – prossimi o superiori a quelli di molti stati. Queste megaimprese tecnologiche o fortemente tecnologizzate tendono a trasformare le loro attività in una sorta di inediti “stati virtuali” trasnazionali. E’ l’incipit di una visione che potrebbe prevedere servizi per il commercio, l’educazione, la sanità, la finanza, l’energia, gli armamenti, i trasporti, la comunicazione, la moneta, ecc sempre più privatizzati; fonti di immensi profitti e grande potere (per pochi). Ciò a cui punta oggi un tecno-manager globale1 è una “prospettiva” ritenuta più economicamente “efficiente” e coerente con una trasformazione in senso tecnocratico della società. Si tratta di scenari che per dispiegarsi hanno bisogno di sbriciolare (nel contempo “normalizzare”) la società e di ridimensionare sostanzialmente le “antiche” democrazie, già oggi in serie difficoltà. Scenari che puntano all’azzeramento degli interventi di moderazione e regolazione del mercato (a partire da quello digitale) da parte delle istituzioni stali, anche delegittimando tutti quegli enti sovranazionali che dovrebbero governare il rispetto del diritto internazionale ed umanitario. E’ la prefigurazione di un quadro di riferimento dove la politica – quella che conosciamo – sarebbe definitivamente e trasversalmente marginalizzata a modesto braccio operativo di un potere altro. Un quadro dove il confine tra un governo tecnocratico e “il dominio” può divenire progressivamente più labile. Tutto ciò non descrive un qualche fantasmagorico complotto architettato da misterios figure, potentati in preda a distopiche visioni. Si tratta invece di tendenze, linee operative e culturali in atto. Prospettive a loro modo potenzialmente appropriate ed economicamente efficienti per una società tecno-oligocratica, governata da élites caratterizzate da un forte decisionismo “efficientistico” e dove il mondo dei lavori, così come lo conosciamo, sarebbe destinato a trasmutare in altro. Una visione sostanzialmente alternativa alla democrazia “considerata ormai esausta e priva di visione2 ed ai valori che la caratterizzano.

Questa prospettiva è in divenire e se si consolida allora la democrazia sarà inevitabilmente marginalizzata, contenuta o sostituita da inedite forme di convivenza basate su altri valori funzionali, probabilmente prossimi a quelli dei vari Musk o Thiel; orientamenti già da tempo prevalenti nelle tecnocratiche mega industrie orientali: fabbriche globali del mondo tecnologico.

Che altro ha rappresentato il sostegno di Elon Musk (ex democratico) a Trump se non l’aspettativa di un solido tecno-efficientismo radicato in un quadro di assoluto laissez faire? Non si è trattato solo di un appoggio (anche se forse solo provvisorio), ma di una accattivante e significativa discesa in campo dell’uomo tecnologico più ricco del mondo contro una qualsiasi ingerenza o funzione regolatrice delle istituzioni nell’economia ed in particolare nel mondo “tecno-digitale”. Stiamo assistendo ad una vera e propria lotta, sia per controllare la redistribuzione della ricchezza che per una sostanziale gestione del potere. Una lotta apertamente gestita contro stati e sistemi democratici considerati ormai incompatibili con il mercato e la geopolitica della nuova era tecnologica. E’ la lotta del tecno-manager globale, spericolato signore del cambiamento, dirompente innovatore e perenne creatore di nuovi ed immensi mercati globali. Qualità e rischi con i quali dover fare i conti.

Nell’immediato è evidente che in “occidente” sia in corso un tentativo di ristrutturazione globale di orientamento sovranista, di fatto maldestramentevb“guidato” dall’attuale presidente USA. Le modalità ed i contenuti sono chiari: autoritarismo, il lato oscuro della forza, una vorace caccia alle materie prime, esautoratamento del diritto internazionale ed una conseguente politica estera. E’ altrettanto evidente che una delle vittime predestinate di questa prospettiva potrebbe essere l’Europa; fino ad oggi e per quanto debole, ancora il principale ostacolo al dispiegamento di questo sommovimento. Un ostacolo destinato a cadere se prevarranno i nazionalismi (non è una contraddizione) ed in assenza di un’adeguata iniziativa globale di resistenza. Le condizioni per dar vita ad un coraggioso rinnovamento delle relazioni globali ci sarebbero ancora; ci sono paesi e popoli che, se ri-collegati tra loro, potrebbero ancora animare quella “resistenza globale” essenziale per contenere l’onda sovranista. E’ questione di capacità, autorevolezza, necessità; ma soprattutto di volontà politica e di concreta unità d’intenti. Resistenza globale che non può essere abbandonata solo nelle mani della Cina, oggi inevitabile portatrice di una visione uguale, ma opposta a quella degli USA di Trump.

Una delle cause di questa fase di fragilità delle democrazie è stata sicuramente l’incapacità di leggere (e quindi governare con efficacia) i travolgenti cambiamenti in atto, rimanendo sostanzialmente prigioniere di una storica convinzione grettamente liberistica che il mercato – così come l’abbiamo conosciuto – sia ancora in grado di adattare e riequilibrare “automaticamente” tutto, trovando sempre presunti nuovi punti di equilibrio e stabilita. Va poi sottolineato che, nell’età della tecnica, l’inefficienza generata da una democrazia accidiosa e burocratizzata risulterà sistematicamente sempre meno compatibile con il frenetico e tecnocratico divenire sia economico che sociale. I primi corposi sintomi di un patologico processo di passaggio delle democrazie dalla inadeguatezza alla strutturale decadenza sono già abbastanza evidenti.

In questa situazione allora non può stupire che guadagni consenso il disegno di un’alternativa sistemica illiberale e sovranista (interpretata anche come difesa da una iperglobalizzazione considerata origine di tutti i mali). Alternativa che combina una visione corporativistica dell’economia con elementi di un’autocrazia personalistica e paternalistica. Si è così assistito alla formazione di alleanze tra potentati politico-economici e parti di popolo; gli uni per consolidare il proprio potere, gli altri per “sfiduciare” i colpevoli di una insoddisfacente situazione tanto economica quanto esistenziale. Un aggregato che politicamente si presenta come un’alleanza tra liberismo sfrenato e sovversivismo populista. Una base sociale ideale per il consolidamento degli interessi economici e di potere di quei ceti che – in un quadro di fragilità valoriale ed istituzionale – guardano alla politica con il prevalente scopo di garantire la propria assoluta libertà d’azione ed il proprio status. (Svilimento della lettera e dello spirito degli art. 41 e 42 della nostra costituzione).

Questa ri-composizione sociale (“interclassista”) è la base su cui si può poggiare un autoritarismo strisciante che progressivamente si consolida deresponsabilizzando la società; cioè manipolando l’informazione, indebolendone i corpi intermedi, disarmando i contrappesi istituzionali, contrapponendo dipendenti a partite iva, disoccupati ad occupati, poveri a chi è ancora più emarginato, nuove generazioni alle precedenti, identità ad identità (cose ben diverse dalle “classi”). Identità che in tempi di grande fluidità sociale sono potenziali portatrici di dirompenti contrapposizioni e che perciò non possono essere ignorate rinunciando così ad un serio confronto con quella politica identitaria che promuove il social-corporativismo per sbriciolare il tessuto socio-economico delle comunità. Una ricomposizione che è stata facilitata anche da un “sapiente” e strumentale uso dei temi della sicurezza (sottovalutata dello sbriciolato campo democratico), degli improbabili interessi nazionali e del fenomeno delle migrazioni. E’ evidente che le identità e le dignità individuali, quelle sociali, la dignità dei lavori, dei doveri e della propria vita (inquadrandola però anche come parte della vita degli altri) andrebbero ricostruite attraverso una rielaborazione delle interconnessioni tra identità, comunità ed una Politica tanto diversa dal presente, quanto adeguata nei contenuti. Ed è in questo contesto che la “mente” (neuroni e bytes) diviene oggi uno dei fondamentali campi di battaglia dove le armi più potenti sono i pervasivi strumenti della diversificata comunicazione digitale; in grado di formare visioni, forgiare comportamenti, determinare priorità e creare consneso (non solo politico)

C’è bisogno di saper parlare – senza presunzione alcuna – a milioni di uomini e donne, di giovani ed anziani a partire dalle loro diversificate esperienze di vita quotidiana, dalla loro insicurezza, dalle loro paure, inquietudini ed aspirazioni; anche sapendo andare oltre le pur rilevanti questioni di censo, stato sociale e di orientamento politico. Occorre imparare a guardare oltre, rilanciando la progettualità, superando la persistente pratica dell’emergenza, rendendo leggibile la possibilità e la necessità di conquistare nuove mete per un più conveniente futuro. L’obiettivo è accendere – oltre ogni schema – una visione di necessità e speranza per un possibile, inedito, equo e più sicuro futuro. Un vero e proprio “patto per il futuro” tra generazioni, segmenti sociali, imprese, competenze e diversificata creatività. Una nuova narrazione non per esorcizzare una qualche improbabile prossima fine del mondo, ma perché evocare disastri senza saper indicare percorribili vie d’uscita induce sempre alla rinuncia, alla conservazione, alla contrapposizione, all’autoritarismo ed all’isolamento.

Nei decenni trascorsi abbiamo vissuto – inerti – alla progressiva trasformazione di tutti noi da cittadini a consumatori. Si è trattato di un vero e proprio cambiamento antropologico. Essere consumatori prima che cittadini è il paradigma culturale, sociologico ed economico che ha contribuito ad ingigantire le disuguaglianze, l’isolamento sociale e le solitudini. Si è trattato di un cambiamento che ha favorito l’appannamento dei diritti, l’insostenibilità economica dei servizi, un insensato consumismo, un’estesa conflittualità ed il disastro ambientale; con la conseguenza che “il nostro sistema sociale sta prosciugando le energie necessarie per prendersi cura delle famiglie, per mantenere gli aggregati domestici, per sostenere le comunità, per nutrire le amicizie, per costruire reti politiche e per forgiare solidarietà.”

Ora sarebbe essenziale vivificare una concreta visione di speranza, collagene per un trasversale e consapevole consenso basato su un’effettiva partecipazione. Alle antiche e mai sopite tentazioni dirigistiche (sempre più spesso anche personalistiche) vanno contrapposte concrete forme di partecipazione attiva, senza le quali non si possono liberare competenze, progettualità, creatività, impegno ed investimenti. Ma non basta, perché in un mondo globalizzato occorre saper superare i limiti dei confini e delle differenze dando vita e spessore ad una Politica trasnazionale in grado di unire bisogni, visioni, idee, stati, comunità, iniziative e progettualità. Abbiamo bisogno di attivare collaborazioni non più soffocate da antichi, arroccati contenitori politici (spesso ridotti a macchine elettorali) abitati da anime spente o peggio da mietitori di complici (talvolta colpevoli) consensi. E’ vitale superare schematici ideologismi e gelide contrapposizioni dialogoneganti, quasi sempre cariche più di consolidati rancori (od interessi) che di concreti contenuti. Occorre rimuovere prassi stantie, lontane dalla comprensione e dal “sentire” dei più; obsoleti paradigmi decisionali ed operativi capaci di sopravvivere solo all’ombra del passato o nella mera conservazione dell’esistente. Abbiamo bisogno di partiti e di spazi di rinnovata partecipazione in grado di rispondere – oggi – alla lettera ed allo spirito dell’art. 49 della nostra costituzione.

Per quanto grossolanamente, spero comunque di aver reso l’idea di cosa possa voler dire “essere connessi”. Mi guardo intorno, seguo la politica da “osservatore informato sui fatti” ma continuo a non trovare niente che possa assomigliare a qualcosa del genere. Quel qualcosa generatore di nuove aspettative e speranza. Non esiste più un “luogo” dove discutere concretamente e credibilmente di queste cose. A chi e dove possono rivolgersi quei milioni di persone che hanno autonomamente sfilato mossi dallo sdegno per quanto stava succedendo a Gaza e poi sono andati a votare per tutelare la Costituzione?

Concludo con un flash sulla Guerra russo ucraina: un esempio paradigmatico. Mi domando come sia possibile che a 4 anni dall’inizio di quel conflitto il complicato campo liberal democratico, socialista, ambientalista, ecc,ecc non abbia ancora sentito il bisogno di avanzare congiuntamente una proposta di piano o di un percorso di pace. Anche costatando l’incapacità dell’Europa e della “diplomazia delle potenze” di trovare una soluzione; senza la quale si rischia di giungere ad una pericolosissima estensione del conflitto. Un doveroso responsabile, piano capace non solo di ri-avviare un dialogo euroasiatico autonomo, ma con esso anche di prefigurare diverse forme di nuovi rapporti internazionali. Altrimenti a che serviamo?

Di M.F.

1 Alcuni nomi esemplari: Satya Nadella, Tim Cook, Sundar Pichai, Elon Musk, Jensen Huang, Sam Altman, Peter Thiel, Mark Zuckerberg, Marc Andreessen, Reid Hoffman, Alex Karp, Dustin Moskovitz, Balaji Srinivasan, Naval Ravikant, ecc. Chi prevalentemente imprenditore, chi qualificato ricercatore, chi ideologo e/o filosofo della “nuova era” tecnologica.

2 Affermazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir e finanziatore di alcune delle più importanti startup della Silicon Valley, tra cui Facebook, SpaceX ecc. Ha dato vita alla Thiel Fellowship, che incoraggia i giovani a dare la precedenza all’apprendimento sulla scolarizzazione, e dirige la Thiel Foundation, che lavora per promuovere il progresso tecnologico e il pensiero di lungo termine sul futuro.

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